La fila si snoda per
qualche metro, animata dalla concitazione di quanti siano già in attesa e dalla
trepidazione di quanti vi si aggiungano, minuto dopo minuto.
L’occhio attento dei
dipendenti aeroportuali vigila sulla composizione variegata dei capannelli,
picchiettati dei molti idiomi degli astanti che, in viaggio di lavoro o di
piacere, popolano la soglia, metaforica e fisica, che li separa dagli Stati Uniti d’America.
Le facce, colte nell’attimo
di sospensione che precede sempre lo scioglimento di un enigma, la risoluzione
di un quesito, hanno tratti e colori diversi, a volte opposti, altre volte
complementari.
Nell’infinità varietà
di espressioni che le contraddistingue, non è sempre facile individuarne la provenienza:
facce vecchie e giovani, antiche e moderne, scontate e inattese si affollano
ordinatamente lungo il percorso obbligato, riempiendo l’aria del proprio
vociare, indistinto e continuo.
Il profumo si mescola
al sudore, la risata adulta si fa pianto infantile. Alla borsa firmata
corrisponde uno zaino anonimo, alla giacca costosa fa eco un maglione
slabbrato: tutti, nessuno escluso, chiedono di poter entrare, aspirando a
compiacere l’indefesso agente che dovrà decidere del loro destino.
In questa miriade di
emozioni e di richiami, capita di quando in quando di incrociare uno sguardo
spaesato eppure fiero, consapevole della precarietà della propria condizione e
tuttavia incapace di porvi rimedio: è lo sguardo dello straniero che,
nonostante la carta verde, ancora non parla la lingua del paese ospitante,
ancora non si è adeguato al suo nuovo stato.
Da solo o in
compagnia, il beneficiario del permesso di soggiorno fa la spola tra i diversi
sportelli, alla ricerca di quello meno congestionato, capace di minimizzargli l’agonia:
il questionario consegnatogli in volo, infatti, lo osserva da qualche tempo gelido
e oscuro, vergato com’è di segni sconosciuti in un idioma inafferrabile.
A poco serve anche la
presenza dell’eventuale moglie o della figlia: nemmeno quest’ultima, infatti, a
dispetto della giovane età, riesce a comunicare il proprio pensiero al di fuori
del nucleo familiare, limitando la comprensione orale a pochissime parole di
facile consumo.
L’America, tuttavia,
che è un grande paese, non arretra di fronte all’apparente asperità e,
desiderosa di riportare a casa anche i cittadini di recente acquisizione, mette
a disposizione del malcapitato chiunque abbia una pur lontana parentela con la sua
nazione d’origine.
Il risultato,
composito, è spesso un divertente tentativo di conversazione tra sordi, ricco
di sorrisi imbarazzati e di imbarazzati scoppi di risa da entrambe le parti, nel
quale si procede senza tralasciare alcunché, gesticolazione compresa.
Perché il tempo, si
sa, colmerà anche queste lacune, restituendo la serenità agli ignari attori di
quello spettacolo improvvisato.
