In cerca di uno spazio meno lillipuziano di quello in cui sono inscatolata in un elegante condominio dell’Upper East Side, qualche giorno fa mi sono ritrovata, al seguito del mio Virgilio locale, nel tipico café (miscuglio di stili e culture), più angusto del tipico appartamento che mi ospita, a sorseggiare un ancora più tipico cappuccino.
Lo so, fa tanto quarantenne spazzolata e issata su un paio di Manolo Blanhik, ma tranquilli: a riequilibrare quest’imbarazzante sequela di luoghi comuni, va ricordata la mia più giovane età, la lanugine arruffata dall’afa che esibivo quasi con orgoglio in cima alla testa e l’abbigliamento decisamente sportivo.
A suggellare il quadro semi-ovvio del mio primo giorno da turista conscia del proprio bagaglio culturale, mi precipito sull’edizione ultima del New York Times Book Review. A mio modesto parere, il camuffamento è ora completo.
Mi dedico quindi con cura certosina all’indagine che mi sono prefissata: differenze e/o eventuali somiglianze tra le novità editoriali a stelle e strisce e quelle nostrane.
L’accoglienza fa decisamente ben sperare: un lungo articolo firmato da Pico Iyer sull’ultima fatica letteraria di un autore poliedrico che seguo da tanto con grande interesse, David Eggers.
Nella speranza di sospendere i confini ristretti nei quali mi muovo ormai da troppo, mi butto a capofitto tra le parole che ho davanti, subito rapita dalla loro portata. Né mi ci vuole granché a capire che anche questo A Hologram for the King (Un ologramma per il re, nda), sarà capace di tanto.
Accetto dunque, di buon grado, di rinvenire nel testo i motivi che al suo acquisto dovrebbero portarmi.
Per prima cosa scopro un parallelo tra l’opera di Norman Mailer, con il suo contributo costante alla trasformazione del sé e dell’America, e il libro in questione, sorta di parabola di quel continente al tempo dell’economia globale, altrettanto disseminato di impegno civile, anche se a vantaggio di una visione parzialmente (e forse necessariamente) diversa del panorama umano.
Eggers infatti, nelle cui molteplici attività affiora sempre un duplice interesse verso il passato e verso il futuro, parla per una nuova America che deve imparare a pensare globalmente e il cui posto nello scenario mondiale non è affatto scontato.
Di più, contrariamente a quanto ricercato da Mailer, propenso a mostrare come l’America potesse rifare il mondo, Eggers, con la cifra ironica che gli è propria, sembra più versato a studiare il modo in cui il mondo sta rifacendo l’America.
Nei suoi scritti ci si imbatte spesso nella convinzione che luoghi lontani (veicolati da personaggi africani o mediorientali, per esempio) siano ancora più centrali del nostro. Che, d’altra parte, non abbaglia più, come certi ancora sostengono, con le sue promesse di seconde possibilità e reinvenzioni trionfanti.
E non è un caso, appunto, se in questo nuovo romanzo la narrazione si sposti di parecchie miglia da casa, nel deserto saudita, dove il protagonista Alan Clay, assieme a tre giovani colleghi, affronta quotidianamente il nulla sabbioso che lo circonda, in attesa di mostrare al re Abdullah un sistema olografico di teleconferenze. In una cornice (forse non solo geografica) che tanto ricorda Il deserto dei tartari, l’incontro col sovrano è, inutile dirlo, puntualmente rimandato, in un vuoto sconfortante che il personaggio principale cerca di colmare disperatamente ricorrendo ad azioni inconsulte.
Di simbolo in simbolo, la storia si dipana mostrando il volto meno rassicurante, ma al contempo imprescindibile, della globalizzazione che però, nonostante un senso diffuso di perdita e sofferenza, cerca di procurare ai personaggi un rifugio, anche solo temporaneo.
Nelle parole di Pico Iyer: “È il suo [di Eggers, nda] senso tragico che dà vigore e sfumature al suo desiderio di qualcosa di meglio.”
Questa progressiva perdita di fiducia in se stessi, che accompagna così dolorosamente Alan e il suo Paese, sembra talvolta risolversi in una lamentazione per i bei tempi andati, tempi in cui gli uomini sapevano fare con le loro mani e avevano valori certi in cui credere.
Eppure, come l’autore ricorda, sono proprio le avvisaglie di instabilità e possibile sciagura, onnipresenti nell’opera di Eggers, a rendere la sua buona disposizione d’animo e la sua capacità di sperare così laceranti e necessarie.
La recensione è quasi finita: ancora poche righe e metto giù il giornale. Mi giro intorno e vengo colpita dai tanti segnali “globalizzanti” che, entrando un paio d’ore fa, avevo dato per scontati. Forse ci voleva un’incursione nel materiale vivo che ho appena fatto mio, per portarli alla (giusta) luce.
È lì che sta andando il mondo, d’accordo, ma nonostante il mio ottimismo e il calore umano che traspare da quello che ho letto, non riesco a scrollarmi di dosso una sensazione di malessere sottile. Comprerò il libro, naturalmente, e toccherò con mano quanto finora sfiorato, ma non sono più tanto sicura di voler accettare la sfida del tutto che cambia; non ancora, perlomeno.
Nonostante la visione mi si sia allargata e il café non sia mai apparso così grande, forse ho ancora bisogno dei saldi confini della mia Lilliput, per imparare a prendere le misure.
E.M., New York City
