lunedì 20 agosto 2012

Notizie da Lilliput 13: "Ma l'America è lontana, dall'altra parte della luna"

sex and the city
Non sono mai stata una fan disciplinata di Sex and the City. Eppure, se me ne si chiedesse il motivo, avrei difficoltà a trovare una ragione di senso compiuto. Potrei iniziare col dire come, all'epoca delle prime avventure di Carrie trasmesse in Italia, forse non mi andasse particolarmente a genio l’idea di rapportarmi (perché è così che, in linea generale, funzionano film e serie TV) a quattro donne in carriera ben più navigate di me e alle loro esperienze di vita nella solita Manhattan usurata da troppi set ormai imparati quasi a memoria. 

Di regola, infatti, le produzioni televisive o cinematografiche lavorano sul senso di empatia suscitato, volta per volta, nello spettatore che, di conseguenza, è portato a riconoscersi o a riconoscere i propri simili, nei diversi personaggi propostigli. Dunque non è un caso, aggiungo per inciso, che i peggiori detrattori del programma in questione fossero per la maggior parte uomini, incapaci di cogliere il senso dello spettacolo. 

Per me, però, non di questo si trattava: piuttosto di una distanza oggettiva di età e interessi che, per quanto mi sforzassi, non ero davvero in grado di colmare. (Né, in fondo, lo erano le amiche o le ragazze intorno.) Senza nulla togliere alle situazioni e ai dialoghi frizzanti della serie, infatti, era difficile trovare dei punti di contatto, anche blandi, tra quelle e il mio presente di studentessa universitaria a Cagliari, immersa in un contesto completamente altro rispetto a quello, patinato, del piccolo schermo. 

Nonostante tutto, comunque, le quattro protagoniste della serie avevano creato un precedente. Da quel momento in poi, infatti, difficilmente saresti stata capace di guardare un gruppo di trenta-quarantenni senza paragonarle immediatamente a quei rimandi più illustri, chiedendoti, altrettanto istintivamente, chi potesse raccoglierne le rispettive eredità. 

Sarà per questo, allora, che ieri sera, sei stagioni televisive e due lungometraggi più tardi, rivedendo tre delle mie più care amiche, mi sono sorpresa a ascoltarne con particolare attenzione i discorsi, nel tentativo nemmeno troppo celato, a giudicare dalle battute che da un certo punto in poi ci siamo scoccate a vicenda, di individuare, ora che l’età e qualche esperienza in più sarebbero state dalla nostra, eventuali richiami ai modelli di celluloide. 

E invece, ancora una volta, l’America e i suoi ideali si sono dimostrati davvero lontani, “dall'altra parte della luna”: differenze fisiche a parte (nonostante i capelli rossi di una di noi), le parole al nostro tavolo avevano risvolti e urgenze diversi da quelli delle protagoniste del programma. Per un attimo ho pensato, perdonate l’ingenuità, che ci potesse essere un afflato comune, un sostrato universale a cui appigliarsi (ciò che, in fondo, rende una storia una grande narrazione), anche per il semplice fatto d’aver viaggiato e vissuto e esperito a lungo, dalla prima messa in onda di Sex and the City. Inutilmente. 

Verso la fine dei festeggiamenti, la testa alleggerita da una modestissima quantità di alcol (nemmeno in questo, infatti, siamo riuscite a reggere il confronto), una di noi ha interrogato le altre sull’immagine futura che, di noi stesse, ci eravamo costruite da ventenni. Rispondendo con sincerità alla domanda, “non ce l’avevo; non mi sono mai vista, per dire, sposata e/o mamma”, ho colto, forse, l’essenza della mia (e forse nostra), lontananza dalle strade e dai party di Manhattan

Tutto, così, sembrerebbe tornare: priva di proiezione a lunga gittata — era ormai finito, per intenderci, il tempo del “cosa farò da grande” — la questione rimaneva fortemente ancorata all’oggi, impedendomi un coinvolgimento reale con le quattro newyorkesi, troppo distanti dalla me di allora e, senza ombra di dubbio, da quella di adesso.

E.M.

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