Vi sarà senz'altro capitato di notare l’interminabile scia gialla prodotta dai taxi a New York; sono, al pari della Statua della Libertà o di Central Park, uno dei suoi tratti distintivi.
Sono più dei gatti di Roma, e sfrecciano scattanti in qualsiasi direzione, spesso infrangendo le più elementari regole del codice stradale, per garantire un servizio efficiente al passeggero.
Li si trova ovunque, a qualsiasi angolo di strada, sotto qualunque lampione, strizzati tra le stradine lastricate del West Village o comodamente spaparanzati al sole di Union Square.
Ciò di cui probabilmente non siete a conoscenza, però, sono i pericoli che corre il malcapitato utente di un simile servizio, pericoli del tutto inimmaginabili dal marciapiede o da chi, vuoi per ristrettezze economiche, vuoi per filosofia di vita, su quel mezzo non è ancora salito, né mai salirà.
Fino a qualche giorno fa avrei potuto io stessa annoverarmi nella categoria degli scettici, ma col Virgilio semi-impalato alle stampelle, ho presto imparato a apprezzare la praticità di una simile soluzione, pur riconoscendone appieno i molti rischi.
Perciò, se dopo la visione di Taxi Driver avete tirato un sospiro di sollievo all’idea dell’ovvia finzione cinematografica, ebbene: sappiate che le strade di Manhattan non fanno per voi.
Probabilmente non incontrerete reduci del Vietnam alla Travis Bickle ancorati al proprio volante, ma tipi ben peggiori che vi faranno presto rimpiangere quel personaggio.
A mio avviso, infatti, non è meno preoccupante il conducente che, una volta assicuratosi la vostra presenza sulla propria auto, si esibisca in un soliloquio dalle note orientali (che scoprirete solo in un secondo momento essere americano masticato male), girando la testa a destra e a sinistra come davanti a un pubblico cui far seguire l’azione verbale e intervallando sempre più frequentemente il tutto col sollevamento repentino di un indice inquisitorio, la cui figura ricorda pericolosamente quella della canna di una pistola.
Né, a conti fatti, è esperienza migliore (senz'altro più rilassante, a patto che non si abbia fretta) capitare col neofita appena sbarcato da uno dei tanti voli provenienti dall'India e dunque, per sua stessa ammissione, del tutto ignaro della geografia del luogo. Meno male che dietro di me c’è la guida per eccellenza, il Virgilio (dal bizzarro, ahinoi, senso dell’orientamento), a rassicurare il tenero tassista: con le sue (del Virgilio, cioè) indicazioni, lui (il tassista, cioè) saprà portarci a destinazione. Chissà perché, non sono molto tranquilla…
Il giovane, commosso, ringrazia. E io non ho cuore di suggerirgli cautela, date le recenti disavventure in metropolitana del suo improbabile condottiero.
Mentre lascio al guidatore (che si ricorda solo dopo qualche miglio di azionare il tassametro) il compito di memorizzare a voce alta la nostra destinazione, mi distraggo per pochi attimi: nel riprendermi, noto che la nostra direzione è, manco a dirlo, esattamente opposta a quella verso cui dovremmo andare. Perfino la mia guida se ne rende conto…
Lo faccio gentilmente presente al neofita che però, forse a parziale riscatto dell’intera categoria, si dice certo del fatto proprio, per poi capitolare davanti all'evidenza dei fatti: a quel punto, profondendosi in scuse infinite, accetta umilmente di farsi indicare il cammino, portando gloriosamente a termine la missione in un tripudio di sentiti ringraziamenti e mance insperate…
