mercoledì 5 dicembre 2012

Notizie da Lilliput 48: Dimmi dove abiti...


I palazzi, a Manhattan, hanno fisionomie e caratteri precisi e distinti gli uni dagli altri.
Ogni quartiere ha la propria regola e la propria eccezione; ogni quartiere rivela tratti peculiari e tratti in comune con tutti gli altri.

E non sono solo i giganti a spadroneggiare, in città: accanto a loro, infatti, si trovano molte costruzioni completamente, e piacevolmente, diverse: ce ne sono di lugubri, tanto strette e alte da sembrare sempre sul punto di perdere l’equilibrio e cadere; ce ne sono di vanitose, perennemente velate da impalcature e ponteggi prodighi di cure e di attenzioni; ce ne sono di minacciose, cosparse di pinnacoli e di torrette dall’aspetto poco rassicurante; ce ne sono di amichevoli, con le vetrate spalancate verso la strada e i suoi passanti.

Alcune, retaggio di un passato lontano, rivelano maestà e autorevolezza nelle dimensioni ridotte delle proprie planimetrie troppo spesso soffocate, purtroppo, da vicini imponenti e tiepidi al fascino racchiuso in quei mattoni, in quei marmi, in quei tetti aguzzi e inospitali. Il vecchio è vecchio e il futuro è dei giovani pare essere il continuo, monotono messaggio loro recapitato dagli ingombranti ammassi di vetro e ferro presenti ovunque.

Altre, invece, paiono nate dalla mente di un pasticcere particolarmente estroso che intorno a ogni porta, intorno a ogni finestra, intorno a ogni abbaino abbia ricamato complicati decori simili a arabeschi di panna montata su vertiginose torte nuziali, adagiandoli su capitelli trasformatisi in biscotti caramellati e bastoncini di zucchero su morbide distese di pan di spagna.

Molte hanno l’aspetto familiare di case a uno, al massimo due piani, capitate in mezzo all’asfalto e al cemento in maniera del tutto fortuita. Le loro persiane antiche, i loro pochi gradini d’ingresso si guardano dunque costantemente intorno, in cerca del motivo vero e profondo, se non della propria esistenza, almeno della propria presenza lì; mentre l’edera che talvolta le ricopre assume, di regola, un atteggiamento protettivo nei loro confronti.

Qua e là, in posizioni solitamente strategiche, spuntano i grandi, anonimi capannoni industriali riconvertiti in costosi appartamenti alla moda. Dei tanti modelli abitativi sono forse quelli più sorprendenti, più spiazzanti: le loro brutte saracinesche, non a caso spesso oggetto di scherno da parte del cane esteta, infatti, nascondono meraviglie architettoniche fatte di acciaio e muratura a incorniciare arredi e vite di design.

Al di sopra di tutte e di tutti, naturalmente, i grattacieli pretenziosi, i grattacieli facili alle sfide, i grattacieli immancabilmente pronti a elevarsi di qualche spanna rispetto a chi stia loro intorno, i grattacieli con i piedi solidamente piantati nel terreno e le membra agili, aerodinamiche, capaci di isolarsi indifferentemente dal resto del mondo, di quel mondo, cioè,  che, con gli occhi scioccamente all’insù, cerca ogni giorno un pretesto qualunque per imitarli.

E.M., New York