martedì 11 dicembre 2012

Notizie da Lilliput 51: Diario di bordo

A volte capita di camminare per le strade di Manhattan per motivi strettamente personali. A volte capita, al pari di certi gioiosi penitenti sulla via di Santiago, di percorrere strade e avenue a piedi, dall’Upper East Side fino al Lower West Side, fino a Chelsea, per l’esattezza, in cerca di un incrocio particolare, di un palazzo particolare nel quale è nata la propria nonna materna.

Il clima ideale per una simile passeggiata, a metà tra il pellegrinaggio e la curiosità storiografica, è fatto di una pioggia sottile, eppure insistente, e di una bruma cotonosa che ovatta il profilo dei grattacieli in lontananza. Il paesaggio circostante, che si tuffa poco oltre, a ovest,  nel fiume Hudson, contempla costruzioni non troppo alte, abitazioni private riconvertite in magazzini, muri scrostati e alcuni lotti vuoti, denti mancanti in una bocca accidentata.

L’acciottolato, reso scivoloso dalle gocce cocciute, complica di quando in quando la perlustrazione, che procede altrimenti serena, tra una minuscola galleria d’arte a sinistra e un deposito pieno di voci e rumori a destra. Poco più avanti, oltre il limite estremo della 29° strada, freme l’attività mercantile al di sotto dell’High Line Park e della sua incantevole passeggiata.

In giro non si vede quasi nessuno: una cameriera incurante dell’acqua che le scivola giù per i capelli, in pausa fuori del locale in cui lavora, due anziani immersi in una conversazione vivace, qualche impiegato del vicino ufficio postale alla guida di un grosso veicolo bianco, rosso e blu.

Da queste parti, nemmeno un negozio. Quello di dolciumi in cui, agli inizi del secolo scorso, si andava a comprare caramelle racchiuse in eleganti confezioni di latta a forma di casette variopinte, si è evidentemente ritirato dagli affari, forse offeso dallo scorrere inesorabile del tempo, forse soffocato dai tanti cambiamenti occorsi nel quartiere.

La tentazione, irresistibile, è di strizzare gli occhi nella nebbia che continua a salire secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, avvolgendo nelle sue spire i pochi passanti di questo sabato mattina particolarmente tranquillo, nella speranza di ravvisare, in abiti e accessori inconfondibilmente moderni, tracce di abiti e accessori inconfondibilmente superati, di epoche già passate, di vite già vissute.

Prima vengono i bambini: hanno completini alla marinara, giocano a rincorrersi l’un l’altro, le risate cristalline nell’aria piena; dopo di loro, guardinghe, compaiono le madri, che ancora non si sono abituate al clima diverso, alla lingua diversa. Tentano di sorridersi a vicenda, in cerca di solidarietà femminile, poco importa che non si siano mai viste prima, che la religione d’origine non sia la stessa o che il dialetto sia differente. Nel Nuovo Mondo, bisogna imparare di nuovo tutto daccapo, comunque.

Sullo sfondo, intanto, i padri, i mariti, a volte gli zii e perfino i nonni si ingegnano in cerca di un impiego, magari di un imbarco, magari su una nave di lungo corso. Che li riporti, prima o poi, a casa.

E.M., New York