sabato 22 dicembre 2012

Notizie da Lilliput 55: La fine di Santa Rosa e il Ranch delle Meraviglie


A nord di San Francisco si estende la regione del vino.
Immersa tra i suoi lunghissimi filari di uve colorate al sole della California, protetta da un boschetto incantato, fitto e verde di alberi e di arbusti poco più lungo di due automobili una dietro l’altra, si trova Santa Rosa.

Sul limitare di Santa Rosa, poco prima che la campagna si faccia città, c’è il Ranch delle Meraviglie, nascosto da un fiumiciattolo infossato a guado del quale si allunga un ponte all’apparenza non molto robusto.

Quando il tempo lo permette, e in giro non c’è nessuno, da una curva del sentiero che porta all’abitazione principale si possono intravedere delle orecchie timide, in perenne movimento. Al di sotto, due occhi grandi e inoffensivi spuntano sotto una frangetta di peli: Daisy, un cucciolo di lama, monta attenta la guardia, sempre pronta, tuttavia, a riparare all’interno della stalla nella quale vive, se la situazione dovesse dimostrarsi intollerabile.

Questa, presunta, inospitalità viene presto dispersa dalla comparsa di Jack e Milly, asini grigi dall’aspetto solido e mansueto, che non mancano di affacciarsi alle spalle della loro coinquilina, regalando un sorriso invitante e amichevole a chiunque voglia accarezzarli o coccolarli.

Anfitrioni di questo mondo fatato dove niente è come sembra, a cominciare dalle aiuole che si rivelano fatte d’acqua poco profonda, sono un architetto paesaggista, Helen, e un medico chirurgo, Bob, puntualmente accompagnati dal portafortuna di casa, un arruffato barboncino biancastro, Baboosh.

Oltre il cancello d’ingresso, a sinistra del quale si eleva un’elegante costruzione moderna, l’abitazione privata della coppia, lo sguardo spazia, ammirato: una piscina, intorno alla quale il cane gioca infaticabilmente, un pergolato, teatro di chiassose cene estive, una tenda arabeggiante entrando nella quale ci si sente un po’ Sherazade.

Immergendosi nei frutteti variopinti e nei campi coltivati a zucche e fagioli, patate e carciofi, si arriva a una porticina di legno blu: aprendola col respiro trattenuto delle grandi occasioni, quelle in cui si cerca di non spezzare l’incantesimo ormai consolidatosi tutt’intorno, ci si ritrova a indossare i panni di Alice al di là dello specchio.

Un angolo fiabesco, nel quale i vasi assumono sembianze umane e i sonagli indiani richiamano animali reali e presenze invisibili, si apre, franco, al visitatore, promettendogli Bianconigli e Cappellai Matti, Brucaliffi e Stregatti che, a ben pensarci, potrebbero essere già qui da qualche parte, con una tazza di tè fumante tra le mani, a spiare gli estranei spaesati.

Distratto dalla meraviglia che gli si propone quotidianamente davanti minuto dopo minuto, ora dopo ora, perfino il giorno fatica a trasfigurarsi in notte, desideroso com’è di continuare a illuminare ogni singolo sortilegio, ogni singola suggestione, nella speranza, vana, di scorgere finalmente Puck dietro un tronco o sotto una fontana.

E.M.