Immersa tra i suoi lunghissimi
filari di uve colorate al sole della California,
protetta da un boschetto incantato, fitto e verde di alberi e di arbusti poco più
lungo di due automobili una dietro l’altra, si trova Santa Rosa.
Sul limitare di Santa Rosa, poco prima che la campagna
si faccia città, c’è il Ranch delle
Meraviglie, nascosto da un fiumiciattolo infossato a guado del quale si
allunga un ponte all’apparenza non molto robusto.
Quando il tempo lo
permette, e in giro non c’è nessuno, da una curva del sentiero che porta
all’abitazione principale si possono intravedere delle orecchie timide, in
perenne movimento. Al di sotto, due occhi grandi e inoffensivi spuntano sotto una
frangetta di peli: Daisy, un
cucciolo di lama, monta attenta la guardia, sempre pronta, tuttavia, a riparare
all’interno della stalla nella quale vive, se la situazione dovesse dimostrarsi
intollerabile.
Questa, presunta,
inospitalità viene presto dispersa dalla comparsa di Jack e Milly, asini
grigi dall’aspetto solido e mansueto, che non mancano di affacciarsi alle
spalle della loro coinquilina, regalando un sorriso invitante e amichevole a
chiunque voglia accarezzarli o coccolarli.
Anfitrioni di questo
mondo fatato dove niente è come sembra, a cominciare dalle aiuole che si
rivelano fatte d’acqua poco profonda, sono un architetto paesaggista, Helen, e un medico chirurgo, Bob, puntualmente accompagnati dal
portafortuna di casa, un arruffato barboncino biancastro, Baboosh.
Oltre il cancello
d’ingresso, a sinistra del quale si eleva un’elegante costruzione moderna,
l’abitazione privata della coppia, lo sguardo spazia, ammirato: una piscina,
intorno alla quale il cane gioca infaticabilmente, un pergolato, teatro di chiassose cene estive, una tenda arabeggiante entrando nella quale ci si sente un po’ Sherazade.
Immergendosi nei
frutteti variopinti e nei campi coltivati a zucche e fagioli, patate e
carciofi, si arriva a una porticina di legno blu: aprendola col respiro
trattenuto delle grandi occasioni, quelle in cui si cerca di non spezzare
l’incantesimo ormai consolidatosi tutt’intorno, ci si ritrova a indossare i
panni di Alice al di là dello
specchio.
Un angolo fiabesco,
nel quale i vasi assumono sembianze umane e i sonagli indiani richiamano
animali reali e presenze invisibili, si apre, franco, al visitatore,
promettendogli Bianconigli e Cappellai Matti, Brucaliffi e Stregatti
che, a ben pensarci, potrebbero essere già qui da qualche parte, con una
tazza di tè fumante tra le mani, a spiare gli estranei spaesati.
Distratto dalla
meraviglia che gli si propone quotidianamente davanti minuto dopo minuto, ora dopo ora, perfino il
giorno fatica a trasfigurarsi in notte, desideroso com’è di continuare a
illuminare ogni singolo sortilegio, ogni singola suggestione, nella speranza,
vana, di scorgere finalmente Puck
dietro un tronco o sotto una fontana.
E.M.
E.M.