Il centro di San Francisco, e non solo quello,
trasuda Europa. Attraversandolo, si
ha spesso l’impressione d’essere a Torino, a Lisbona o a Parigi.
Delle città del Vecchio Mondo conserva l’architettura,
il fascino e la decadenza. Soprattutto la decadenza risalta, a volte,
trasformando le strade e le piazze negli squallidi scorci urbani così frequenti
ai margini delle grandi stazioni metropolitane, con il loro contorno di
disperati e di emarginate, di cartoni usurati e di alcol a buon mercato.
Nelle sere di settembre,
quando il clima è ancora mite e il vento non soffia troppo forte — quasi a
voler spazzare via le imperfezioni e le storture della città, pure bellissima —
si può azzardare una passeggiata, magari non troppo lunga né troppo elaborata,
alla scoperta degli angoli meno luccicanti e meno accomodanti, malinconici e struggenti
come i personaggi di un racconto realista.
Qua, tra palazzi signorili
dai cornicioni sbreccati e locali dalla dubbia decenza, si respirano modernismo
e bassezze, fiaba nera e poeticità, Hemingway
e Steinbeck, in un girotondo
sofferto di reduci del Vietnam e di prostitute, di senza tetto e di sbandate, di coperte incrostate e di lattine di birra.
I lampioni sembrano restituire
una luce più fioca, nel goffo tentativo di mascherare la miseria brulicante ai
loro piedi, mentre i pochi pedoni accelerano il passo, desiderosi di lasciarsi alle
spalle quanto prima quella desolazione avvolgente eppure, in qualche modo,
stringente e ammaliante.
Il cicaleccio
continuo di Chinatown non trova
casa, qui.
E
nemmeno l’animazione parossistica del Fisherman’s Wharf o le parole sospese nell’aria di North Beach, tra ristoranti italiani e storiche librerie dalle mille e mille
stanze l’una dentro l’altra, possono alcunché contro lo strisciante sentore di
mala sorte che esala da certi muri e da certo selciato.
Eppure,
gli occhi colmi di tristezza e di costernazione, ci si separa difficilmente da
quei luoghi, e ancora più difficilmente, una volta esperitili, ci si avventura
in quelli meno problematici, poco importa se a bordo di uno dei tram, così
popolari e caratteristici, che tracciano disegni infiniti su e giù per i colli dell’area
urbana.
In questo
altrove colorato di tetti aguzzi e di arzigogolati edifici vittoriani, di
incroci pittoreschi e di costruzioni dai tratti eleganti e consapevoli del
proprio incanto, ci si abbandona per qualche tempo al flusso costante di
persone, di voci, di suoni.
Più
tardi, tuttavia, con la mente e il cuore gonfi di suggestioni e di futuri,
commoventi ricordi, si tornerà indietro, dove tutto è cominciato, a dare un
ultimo sguardo ai viali ormai bui e sgombri di uomini e di animali, gravidi adesso
di sogni e di illusioni, e a respirare ancora una volta le tante storie di amore e squallore
intrecciate indissolubilmente alla bottiglia vuota, abbandonata dietro l’angolo
scuro di un vicolo solitario.
E.M.
