domenica 6 gennaio 2013

Notizie da Lilliput 58: Le strade di San Francisco


Il centro di San Francisco, e non solo quello, trasuda Europa. Attraversandolo, si ha spesso l’impressione d’essere a Torino, a Lisbona o a Parigi.
Delle città del Vecchio Mondo conserva l’architettura, il fascino e la decadenza. Soprattutto la decadenza risalta, a volte, trasformando le strade e le piazze negli squallidi scorci urbani così frequenti ai margini delle grandi stazioni metropolitane, con il loro contorno di disperati e di emarginate, di cartoni usurati e di alcol a buon mercato.

Nelle sere di settembre, quando il clima è ancora mite e il vento non soffia troppo forte — quasi a voler spazzare via le imperfezioni e le storture della città, pure bellissima — si può azzardare una passeggiata, magari non troppo lunga né troppo elaborata, alla scoperta degli angoli meno luccicanti e meno accomodanti, malinconici e struggenti come i personaggi di un racconto realista.

Qua, tra palazzi signorili dai cornicioni sbreccati e locali dalla dubbia decenza, si respirano modernismo e bassezze, fiaba nera e poeticità, Hemingway e Steinbeck, in un girotondo sofferto di reduci del Vietnam e di prostitute, di senza tetto e di sbandate, di coperte incrostate e di lattine di birra.

I lampioni sembrano restituire una luce più fioca, nel goffo tentativo di mascherare la miseria brulicante ai loro piedi, mentre i pochi pedoni accelerano il passo, desiderosi di lasciarsi alle spalle quanto prima quella desolazione avvolgente eppure, in qualche modo, stringente e ammaliante.

Il cicaleccio continuo di Chinatown non trova casa, qui.
E nemmeno l’animazione parossistica del Fisherman’s Wharf o le parole sospese nell’aria di North Beach, tra ristoranti italiani e storiche librerie dalle mille e mille stanze l’una dentro l’altra, possono alcunché contro lo strisciante sentore di mala sorte che esala da certi muri e da certo selciato.

Eppure, gli occhi colmi di tristezza e di costernazione, ci si separa difficilmente da quei luoghi, e ancora più difficilmente, una volta esperitili, ci si avventura in quelli meno problematici, poco importa se a bordo di uno dei tram, così popolari e caratteristici, che tracciano disegni infiniti su e giù per i colli dell’area urbana.

In questo altrove colorato di tetti aguzzi e di arzigogolati edifici vittoriani, di incroci pittoreschi e di costruzioni dai tratti eleganti e consapevoli del proprio incanto, ci si abbandona per qualche tempo al flusso costante di persone, di voci, di suoni.

Più tardi, tuttavia, con la mente e il cuore gonfi di suggestioni e di futuri, commoventi ricordi, si tornerà indietro, dove tutto è cominciato, a dare un ultimo sguardo ai viali ormai bui e sgombri di uomini e di animali, gravidi adesso di sogni e di illusioni, e a respirare ancora una volta le tante storie di amore e squallore intrecciate indissolubilmente alla bottiglia vuota, abbandonata dietro l’angolo scuro di un vicolo solitario.

E.M.