giovedì 10 gennaio 2013

Notizie da Lilliput 60: Ma dove vanno i marinai


In passato capitava, ogni tanto, che i marinai mantenessero le promesse e tornassero a casa.
E ogni tanto capitava che questa casa fosse distante decine, centinaia, migliaia di miglia marine dal luogo del loro ultimo imbarco.
Capitava, per dire, che l’uomo si trovasse su un tram a San Francisco e la donna in riva al mare, a guardare l’orizzonte oltre Carloforte, in cerca delle coste americane.

L’uomo, petto in fuori e lunghi baffi castani, osserva incuriosito gli eleganti edifici e le facce che ancora oggi, dopo più di cento anni, tradiscono le comuni origini europee, soppesandone le tante similitudini e le poche differenze, orgoglioso delle proprie radici e desideroso di esibirle quanto prima al gentile ospite statunitense.

Poco importa che nonni o padri siano emigrati dall’Irlanda, dalla Polonia o dall’Italia: lo sguardo, i gesti, la camminata, gli ricordano quelli dei suoi compaesani, dello scemo che ogni giorno urla il suo disappunto al mondo, del pescatore che ogni domenica si ubriaca all’osteria del molo, della levatrice che, durante la sua assenza, gli ha fatto nascere la secondogenita.

Dallo scomodo sedile in legno sul quale sta riposando i piedi poco abituati alle distanze locali, le acque scure dell’oceano, diventate più scure in seguito al grande terremoto del 1906, gli sembrano quelle, ben più calme e cristalline, della sua isola: se è una lacrima di nostalgia, però, che cerca disperatamente di provocare, la fortuna gli ha voltato le spalle.

Al pensiero della catastrofe scampata, un sorriso soddisfatto gli si stampa sul viso: una vera fortuna essere sbarcato, novello sposo, a New York agli inizi del secolo e essere vissuto comodamente a Chelsea fino a pochi mesi prima; una vera fortuna possedere uno spirito d’avventura perfettamente bilanciato (quando non sopraffatto) da un forte senso di appartenenza — alla famiglia e alla propria terra in ugual misura ­— capace di tenerlo lontano dalla California fino al 1911.

Medita tutto questo, l’uomo, mentre con passo cadenzato esplora la Marina, o ciò che ne rimane. Solleva lo sguardo sui muri crepati e sospira di sollievo, una volta di più. Si domanda quanto tempo occorrerà al quartiere tanto devastato per risorgere. Si domanda anche, con un improvviso guizzo di interesse, se lui farà in tempo a vedere tutto questo o dove sarà, invece, allora.

Forse non sa che qui, tra non molto, si girerà col naso per aria, a ammirare padiglioni spettacolari e attrazioni immaginifiche, invenzioni geniali e edifici maestosi della futura esposizione mondiale del 1915.

Probabilmente sa, tuttavia, e se ne compiace, d’essere fortunato, a essere in città, di questi tempi: tornare a casa troppo presto, ora, significherebbe la Grande Guerra. A casa ci tornerà di sicuro, nonostante la divisa da marinaio, ma più in là, a tragedia consumata: e pazienza, se la donna e le bambine penseranno con una punta di acredine a lui e ai suoi egoismi maschili, piccini piccini.

E.M.