E ogni tanto capitava che
questa casa fosse distante decine, centinaia, migliaia di miglia marine dal
luogo del loro ultimo imbarco.
Capitava, per dire, che
l’uomo si trovasse su un tram a San
Francisco e la donna in riva al mare, a guardare l’orizzonte oltre Carloforte, in cerca delle coste
americane.
L’uomo, petto in fuori e
lunghi baffi castani, osserva incuriosito gli eleganti edifici e le facce che ancora
oggi, dopo più di cento anni, tradiscono le comuni origini europee,
soppesandone le tante similitudini e le poche differenze, orgoglioso delle
proprie radici e desideroso di esibirle quanto prima al gentile ospite
statunitense.
Poco importa che nonni o
padri siano emigrati dall’Irlanda,
dalla Polonia o dall’Italia: lo sguardo, i gesti, la
camminata, gli ricordano quelli dei suoi compaesani, dello scemo che ogni
giorno urla il suo disappunto al mondo, del pescatore che ogni domenica si
ubriaca all’osteria del molo, della levatrice che, durante la sua assenza, gli ha
fatto nascere la secondogenita.
Dallo scomodo sedile in legno
sul quale sta riposando i piedi poco abituati alle distanze locali, le acque
scure dell’oceano, diventate più scure in seguito al grande terremoto del 1906,
gli sembrano quelle, ben più calme e cristalline, della sua isola: se è una
lacrima di nostalgia, però, che cerca disperatamente di provocare, la fortuna
gli ha voltato le spalle.
Al pensiero della catastrofe
scampata, un sorriso soddisfatto gli si stampa sul viso: una vera fortuna
essere sbarcato, novello sposo, a New
York agli inizi del secolo e essere vissuto comodamente a Chelsea fino a pochi mesi prima; una
vera fortuna possedere uno spirito d’avventura perfettamente bilanciato (quando
non sopraffatto) da un forte senso di appartenenza — alla famiglia e alla
propria terra in ugual misura — capace di tenerlo lontano dalla California fino al 1911.
Medita tutto questo, l’uomo,
mentre con passo cadenzato esplora la Marina,
o ciò che ne rimane. Solleva lo sguardo sui muri crepati e sospira di sollievo,
una volta di più. Si domanda quanto tempo occorrerà al quartiere tanto
devastato per risorgere. Si domanda anche, con un improvviso guizzo di
interesse, se lui farà in tempo a vedere tutto questo o dove sarà, invece,
allora.
Forse non sa che qui, tra non
molto, si girerà col naso per aria, a ammirare padiglioni spettacolari e
attrazioni immaginifiche, invenzioni geniali e edifici maestosi della futura esposizione
mondiale del 1915.
Probabilmente sa, tuttavia, e
se ne compiace, d’essere fortunato, a essere in città, di questi tempi: tornare
a casa troppo presto, ora, significherebbe la Grande Guerra. A casa ci tornerà di sicuro, nonostante la divisa da
marinaio, ma più in là, a tragedia consumata: e pazienza, se la donna e le bambine penseranno con una punta di acredine a lui e ai suoi egoismi maschili,
piccini piccini.
E.M.
