mercoledì 30 gennaio 2013

Notizie da Lilliput 67: America and (non) Americans


Nel Far West di Lucky Luke e del suo fido destriero Jolly Jumper, i cinesi occupati a smacchiare, lavare e stirare gli indumenti dei diversi personaggi non sono  presenze insolite. Con la loro carnagione gialla, gli occhi prepotentemente a mandorla e un sorriso ostinato, fanno capolino dall’interno delle loro tintorie, sempre a caccia di potenziali clienti.

Oggi come allora, sono ancora loro a gestire, a Santa Monica e ovunque negli Stati Uniti, il traffico di giacche, cappotti e gonne da riportare all’antico splendore. Mentre i “bianchi” capaci di contendere loro il primato sono davvero un numero esiguo.

A ben guardare, del resto, la geografia umana che si spartisce le professioni, sul suolo americano, è piuttosto precisa, quasi severa, nel suo apparire; e asiatici, latinoamericani e indiani ne sono i rappresentanti più frequenti.

Se la cura degli abiti è solitamente affidata ai cinesi, infatti, quella del corpo è appannaggio quasi esclusivo di tailandesi e vietnamite, con qualche improvvisa spruzzata di Mongolia.

I saloni di bellezza, sempre affollatissimi, riecheggiano dalla mattina alla sera di risate e motteggi dagli accenti cristallini e incomprensibili, in costante (e rapidissimo) movimento da una postazione all’altra, da uno sgabello all’altro, di fronte all’espressione stolidamente affabile delle clienti irretite, loro malgrado, in un sistema di rimandi e richiami tra i più complicati al mondo.

L’eccezione, in questi casi, è data dalla dipendente  taciturna, completamente assorbita dal proprio compito: la perfetta rappresentazione del mito (distorto) dell’Estremo Oriente, traboccante di silenziosi e devoti sudditi.

Case e edilizia in genere sono pertinenza quasi esclusiva di cittadini dalla pelle olivastra, coloratasi al sole dei Caraibi e di altre località al di sotto dell’equatore: peruviani e cileni, argentini e boliviani si assumono il compito, talvolta ingrato, di allestire ponteggi, riverniciare palazzi, pulire appartamenti. Efficienti e professionali, arrivano, lavorano e se ne vanno, senza un lamento, senza una lacrima.

Indiani, pakistani e bengalesi, con la loro parlata gorgogliante e veloce, che spesso sembra nascondere accenti rabbiosi eppure inesistenti, si preoccupano invece di servire frutta e verdura, saponette e merendine a quanti (e sono molti) preferiscano il negozietto di quartiere al colosso multinazionale da raggiungersi esclusivamente con i mezzi di trasporto.

New York, da questo punto di vista, sembra essere la città più rappresentativa: ogni angolo e ogni lato di strada, poco importa che ci si trovi in centro o in periferia, in una zona turistica o in una residenziale, pullulano, infatti, di micro-rivendite di alimentari, immancabilmente incorniciate da bancarelle di fiori variopinti, frigoriferi rigurgitanti bevande dai gusti esotici, tavolini incerti sotto il peso di riviste e quotidiani.

All’interno, protetti da banconi di legno scuro e poco amichevole, siedono o si muovono i gestori dell’attività, dita affusolate e occhio vigile: a proteggere, fino in fondo, e come tutti gli altri, la propria versione di sogno americano.

E.M., Santa Monica