Nel Far West di Lucky Luke e
del suo fido destriero Jolly Jumper,
i cinesi occupati a smacchiare, lavare e stirare gli indumenti dei diversi
personaggi non sono presenze insolite. Con la loro carnagione gialla, gli occhi
prepotentemente a mandorla e un sorriso ostinato, fanno capolino dall’interno
delle loro tintorie, sempre a caccia di potenziali clienti.
Oggi come allora, sono ancora
loro a gestire, a Santa Monica e
ovunque negli Stati Uniti, il
traffico di giacche, cappotti e gonne da riportare all’antico splendore. Mentre
i “bianchi” capaci di contendere loro il primato sono davvero un numero esiguo.
A ben guardare, del resto, la
geografia umana che si spartisce le professioni, sul suolo americano, è
piuttosto precisa, quasi severa, nel suo apparire; e asiatici, latinoamericani
e indiani ne sono i rappresentanti più frequenti.
Se la cura degli abiti è
solitamente affidata ai cinesi, infatti, quella del corpo è appannaggio quasi
esclusivo di tailandesi e vietnamite, con qualche improvvisa spruzzata di Mongolia.
I saloni di bellezza, sempre
affollatissimi, riecheggiano dalla mattina alla sera di risate e motteggi dagli
accenti cristallini e incomprensibili, in costante (e rapidissimo) movimento da
una postazione all’altra, da uno sgabello all’altro, di fronte all’espressione
stolidamente affabile delle clienti irretite, loro malgrado, in un sistema di
rimandi e richiami tra i più complicati al mondo.
L’eccezione, in questi casi,
è data dalla dipendente taciturna,
completamente assorbita dal proprio compito: la perfetta rappresentazione del
mito (distorto) dell’Estremo Oriente,
traboccante di silenziosi e devoti sudditi.
Case e edilizia in genere
sono pertinenza quasi esclusiva di cittadini dalla pelle olivastra, coloratasi
al sole dei Caraibi e di altre
località al di sotto dell’equatore: peruviani e cileni, argentini e boliviani
si assumono il compito, talvolta ingrato, di allestire ponteggi, riverniciare
palazzi, pulire appartamenti. Efficienti e professionali, arrivano, lavorano e
se ne vanno, senza un lamento, senza una lacrima.
Indiani, pakistani e
bengalesi, con la loro parlata gorgogliante e veloce, che spesso sembra
nascondere accenti rabbiosi eppure inesistenti, si preoccupano invece di
servire frutta e verdura, saponette e merendine a quanti (e sono molti) preferiscano il negozietto di quartiere al
colosso multinazionale da raggiungersi esclusivamente con i mezzi di trasporto.
New York,
da questo punto di vista, sembra essere la città più rappresentativa: ogni
angolo e ogni lato di strada, poco importa che ci si trovi in centro o in
periferia, in una zona turistica o in una residenziale, pullulano, infatti, di
micro-rivendite di alimentari, immancabilmente incorniciate da bancarelle di
fiori variopinti, frigoriferi rigurgitanti bevande dai gusti esotici,
tavolini incerti sotto il peso di riviste e quotidiani.
All’interno, protetti da
banconi di legno scuro e poco amichevole, siedono o si muovono i gestori
dell’attività, dita affusolate e occhio vigile: a proteggere, fino in fondo, e
come tutti gli altri, la propria versione di sogno americano.
E.M., Santa Monica
