Venice, una delle tre propaggini a mare di Los Angeles, porta meritatamente (e orgogliosamente) il nome del
quale è stata insignita: una passeggiata attenta per i suoi quartieri, infatti,
rivela alcune somiglianze con la città cui rende omaggio.
Le sue diverse anime,
tutte perfettamente riconoscibili, coesistono pacificamente le une con le
altre, vivacizzando le strade, abbellendo i giardini, colorando i palazzi.
La parte forse più
famosa, confinante con la spiaggia, è dominio incontrastato di genio e follia,
eccentricità e paradosso, effervescenza e malattia: qua, dalla mattina alla
sera, schiere di saltimbanchi, artisti, venditori e senzatetto si danno immancabilmente
convegno, per la gioia dei passanti, dei turisti o degli avventori dei tanti
locali arroccati sull’esile striscia di marciapiede.
Giovani e meno
giovani sullo skate, sui pattini, in bici o in tandem punteggiano la
passeggiata, tra le insegne variopinte e le saracinesche decorate dei
negozietti di chincaglierie orientaleggianti che concorrono a fare, di questo
angolo di Venice, un posto
piacevolmente bizzarro.
Allontanarsi
dall’oceano significa, invece, addentrarsi nel cuore della comunità,
caratterizzato da edifici chiassosi e dagli stili più vari: casette di legno a
uno o due piani, costruzioni ultramoderne ideate da celebri architetti,
palazzoni un tempo degradati e ora riportati a nuova vita ne costituiscono,
infatti, la caratteristica principale.
Non occorre un occhio
particolarmente attento per cogliere l’atmosfera magica, fiabesca, che si
respira da queste parti. Le porticine viola, le finestre turchesi, i ballatoi gialli richiamano alla mente favole e miti passati, eppure qui stranamente attuali e
perfettamente plausibili.
Tonalità pastello, miste
a sfumature decise, regalano alle strade un’aria stupefatta, quasi a
sottolineare la scelta inspiegabilmente anticonvenzionale del colore di muri e
infissi. Gli abitanti, tuttavia, non sembrano condividere una simile
perplessità, arricchendo, al contrario, la stravaganza generale con aggiunte e
dettagli di proprio gusto.
Il centro ideale di Venice è, però, un altro ancora,
diverso da quelli finora descritti, e diverso dalla sua strada più conosciuta, Abbot Kinney, pullulante di boutique e
ristorantini vegani, dedicata al fondatore stesso del luogo.
Per scoprirlo, il
centro ideale, bisogna armarsi di pazienza e aspettare che il buio sia calato:
solo allora, percorrendo un itinerario tortuoso tra case anonime e lavori
stradali, si raggiungerà la meraviglia e l’attesa sarà completamente ripagata.
Assiepate intorno a
canali e canaletti di dimensioni variabili ma di uguale fascino, si scorgeranno
case e casette delle fate, ville e villini dalle cui finestre spiare vite belle,
vite fortunate; porticati abbelliti da eleganti sedie e poltroni di legno,
vialetti d’ingresso carichi di promesse insperate; terrazze colme di piante
ornamentali e di risate lontane. E su tutto e su tutti, uno, dieci, cento
alberi decorati di luci e lanterne cinesi ondeggianti alla vaga brezza
sollevatasi dall’acqua, pronti a catturare i sogni di chiunque sia così
fortunato da passare loro accanto.
E.M., Big Sur
E.M., Big Sur