domenica 3 febbraio 2013

Notizie da Lilliput 70: The Foggy and Winding Road



C’è un posto, lungo la Highway 1 che va da San Luis Obispo fino a San Francisco, in cui, improvvisamente, le carreggiate si dimezzano e le corsie rimpiccioliscono fino a sparire del tutto, lasciando il viaggiatore, spaesato, a procedere su una lingua d’asfalto che corre parallela all’oceano.

Oltre il pendio che scivola ripido verso l’acqua di San Simeon si possono, talvolta, scorgere i corpi mastodontici degli elefanti marini, immobili sopra (e sotto) una coltre di sabbia scura e granulosa, i cui richiami, a metà tra i grugniti dei maiali e i latrati dei cani, rimbalzano pigri sugli scogli e sulle onde alte, infilandosi tra anfratti stretti e penne di gabbiano.

In direzione opposta, verso l’entroterra, l’immensa tenuta Hearst domina minacciosa dall’alto delle sue colline, come un nido di rapaci avidi assicurato tra picchi impervi e pericolosi; mentre il paesaggio, caratterizzato fino a poco prima da elementi facilmente riconducibili all’immaginario americano, vira bruscamente verso altri linguaggi, verso altri stili, facendosi europeo; britannico, per la precisione.

Complice la nebbia, che da queste parti sale lentamente, ma inesorabilmente, dall’oceano, rotolando sulla sua superficie incerta e spesso riversandosi in goccioline pressoché invisibili su quanto le vada incontro, i campi e le vallate circostanti assumono l’aspetto, inconfondibile, della brughiera inglese, suggerendo immagini di greggi, di cani vigili, di alteri pastori infilati nei propri giacconi blu, marroni o verdi.

Le mucche scure, presenti per un lungo tratto di percorso, sono via via sparite, lasciando un vuoto fuori dell’abitacolo, immerso ora in una fitta nuvola biancastra, al di fuori della quale si può solo intuire il panorama bucolico, riecheggiante di voci di animali e stridio di freni.

La strada che, nel frattempo, ha iniziato la propria salita alla volta di Big Sur, si è fatta tortuosa e infida, stretta a ovest dal precipizio a picco sull’acqua e a est dalle pareti scoscese delle montagne, sulle quali si aggrappano caparbiamente ciuffi di piante giallognole, simili a canne strapazzate dal vento.

Le poche vetture che si attorcigliano intorno al crinale già da tempo hanno abbandonato la propria baldanza, procedendo caute e guardinghe, quasi temendo, da un momento all’altro, qualcosa di malvagio, qualcosa di perfido.

Tutt’intorno, frattanto, si è fatto profondo silenzio.
Un raggio di sole, inaspettato e improvviso, sembra spezzare l’incantesimo pesante nel quale ci si sente irretiti, inutilmente: trascorsi pochi secondi, infatti, la nebbia ricompare, più spessa e ostinata di prima.

Ogni forma assume sfumature irreali, costringendo l’immaginazione su un territorio quanto mai pericoloso: gli occhi cercano di tenere sotto controllo il tragitto, mentre la mente vaga, spaziando dai ricordi d’infanzia fino alle paure più nascoste.
Che solo uno squarcio tardivo di cielo azzurro può, oramai, cancellare.

E.M., San Francisco