C’è un posto, lungo la Highway 1 che va da San Luis Obispo fino a San Francisco, in cui, improvvisamente,
le carreggiate si dimezzano e le corsie rimpiccioliscono fino a sparire del
tutto, lasciando il viaggiatore, spaesato, a procedere su una lingua
d’asfalto che corre parallela all’oceano.
Oltre il pendio che scivola
ripido verso l’acqua di San Simeon
si possono, talvolta, scorgere i corpi mastodontici degli elefanti marini,
immobili sopra (e sotto) una coltre di sabbia scura e granulosa, i cui
richiami, a metà tra i grugniti dei maiali e i latrati dei cani, rimbalzano
pigri sugli scogli e sulle onde alte, infilandosi tra anfratti stretti e penne
di gabbiano.
In direzione opposta, verso
l’entroterra, l’immensa tenuta Hearst
domina minacciosa dall’alto delle sue colline, come un nido di rapaci avidi assicurato
tra picchi impervi e pericolosi; mentre il paesaggio, caratterizzato fino a
poco prima da elementi facilmente riconducibili all’immaginario americano, vira
bruscamente verso altri linguaggi, verso altri stili, facendosi europeo;
britannico, per la precisione.
Complice la nebbia, che da
queste parti sale lentamente, ma inesorabilmente, dall’oceano, rotolando sulla
sua superficie incerta e spesso riversandosi in goccioline pressoché invisibili
su quanto le vada incontro, i campi e le vallate circostanti assumono
l’aspetto, inconfondibile, della brughiera inglese, suggerendo immagini di
greggi, di cani vigili, di alteri pastori infilati nei propri giacconi blu, marroni
o verdi.
Le mucche scure, presenti per
un lungo tratto di percorso, sono via via sparite, lasciando un vuoto fuori
dell’abitacolo, immerso ora in una fitta nuvola biancastra, al di fuori della
quale si può solo intuire il panorama bucolico, riecheggiante di voci di
animali e stridio di freni.
La strada che, nel frattempo,
ha iniziato la propria salita alla volta di Big Sur, si è fatta tortuosa e infida, stretta a ovest dal
precipizio a picco sull’acqua e a est dalle pareti scoscese delle montagne,
sulle quali si aggrappano caparbiamente ciuffi di piante giallognole, simili
a canne strapazzate dal vento.
Le poche vetture che si
attorcigliano intorno al crinale già da tempo hanno abbandonato la propria
baldanza, procedendo caute e guardinghe, quasi temendo, da un momento
all’altro, qualcosa di malvagio, qualcosa di perfido.
Tutt’intorno, frattanto, si è
fatto profondo silenzio.
Un raggio di sole,
inaspettato e improvviso, sembra spezzare l’incantesimo pesante nel quale ci si
sente irretiti, inutilmente: trascorsi pochi secondi, infatti, la nebbia
ricompare, più spessa e ostinata di prima.
Ogni forma assume sfumature
irreali, costringendo l’immaginazione su un territorio quanto mai pericoloso: gli
occhi cercano di tenere sotto controllo il tragitto, mentre la mente vaga,
spaziando dai ricordi d’infanzia fino alle paure più nascoste.
Che solo uno squarcio tardivo
di cielo azzurro può, oramai, cancellare.
E.M., San Francisco
E.M., San Francisco
