giovedì 21 febbraio 2013

Notizie da Lilliput 78: Vanity Fair


Capita che i confini di Santa Monica, di quando in quando, sembrino insopportabilmente stretti, quasi claustrofobici. Ci si dimentica dei larghi viali alberati, ci si fa beffe del blu cupo dell’oceano, si snobba il motore commerciale, ricco di vita e di curiosità, si ripensa con orrore alla tranquillità e alla sicurezza del proprio quartiere. Nella mente e nel cuore si ha un unico, condiviso, desiderio: guadagnare il sedile della macchina e partire.

Le possibilità di assecondare un simile slancio, del resto, sono molteplici: le miglia e miglia di costa che si snodano indifferentemente verso nord o verso sud o l’esplorazione delle aree dello stato più interne e brulle, per esempio, sono suggestioni da considerare attentamente ogni volta che si pianifichi la fuga benché, tuttavia, nemmeno Los Angeles sia un’eventualità da scartarsi a priori.

Chiunque lamenti un’assenza di armonia e compostezza nella geografia della città, infatti, si macchia di un errore banale, per quanto diffuso. Niente, fortunatamente, che un attento sguardo non sia in grado di confutare. O che un’innocua gita verso il centro non sappia cancellare, scolorendo le sensazioni negative in un indistinto presto dimenticato.

È sufficiente iniziare il percorso sul Sunset Boulevard per sentirsi subito immersi in un’atmosfera diversa, cinematografica: i palazzi perdono l’altezza e i tratti tipici dell’architettura proibizionista per trasformarsi in villini e ville dagli accenti spagnoleggianti, dove archi e portici, gradini e patii si susseguono indefinitamente, bianchi e gialli, aranciati e beige, protetti da palme, circondati da fiori.

A quelle case, tuttavia, se ne alternano altre in cui non sempre è il buon gusto a trionfare: memorie hollywoodiane di altri tempi e altre vite portano con sé marmi e colonne, vetrate e capitelli affastellati senza alcun ordine, complici involontari della società dell’apparenza e dell’eccesso. Passando loro affianco non è difficile immaginare feste eleganti e piscine gremite, abiti da cocktail e proiezioni private dal vago sapore artefatto.

Uguale a quelle costruzioni eppure distinto, svetta improvviso il Beverly Hills Hotel, carico di storia e storie, a colori e in bianco e nero, che ancora oggi, immerso in un incantevole giardino curato, ospita eventi culturali e promozionali chiacchierati e invidiati.

Una passeggiata, anche frettolosa, anche motorizzata, tra le sue aiuole e i suoi alberi restituisce appieno le atmosfere tipiche degli anni ’30 e ’40, quando attori e produttori, sceneggiatori e registi risplendevano, agli occhi del pubblico entusiasta, di una luce intensa, eccezionale, ormai spentasi quasi del tutto.

Mentre sulla strada, intanto, oltre il discreto muro che cinge affettuosamente l’edificio dal caratteristico colore rosa, il traffico non ha mai smesso di scorrere incessantemente, su e giù, verso l’oceano e ritorno.

E.M., Santa Monica