Capita che i confini di Santa Monica, di quando in quando,
sembrino insopportabilmente stretti, quasi claustrofobici. Ci si dimentica dei
larghi viali alberati, ci si fa beffe del blu cupo dell’oceano, si snobba il
motore commerciale, ricco di vita e di curiosità, si ripensa con orrore alla
tranquillità e alla sicurezza del proprio quartiere. Nella mente e nel cuore si
ha un unico, condiviso, desiderio: guadagnare il sedile della macchina e partire.
Le possibilità di assecondare
un simile slancio, del resto, sono molteplici: le miglia e miglia di costa che
si snodano indifferentemente verso nord o verso sud o l’esplorazione delle aree
dello stato più interne e brulle, per esempio, sono suggestioni da considerare
attentamente ogni volta che si pianifichi la fuga benché, tuttavia, nemmeno Los Angeles sia un’eventualità da
scartarsi a priori.
Chiunque lamenti un’assenza
di armonia e compostezza nella geografia della città, infatti, si macchia di un
errore banale, per quanto diffuso. Niente, fortunatamente, che un attento
sguardo non sia in grado di confutare. O che un’innocua gita verso il centro
non sappia cancellare, scolorendo le sensazioni negative in un indistinto
presto dimenticato.
È sufficiente iniziare il
percorso sul Sunset Boulevard per
sentirsi subito immersi in un’atmosfera diversa, cinematografica: i palazzi
perdono l’altezza e i tratti tipici dell’architettura proibizionista per
trasformarsi in villini e ville dagli accenti spagnoleggianti, dove archi e
portici, gradini e patii si susseguono indefinitamente, bianchi e gialli,
aranciati e beige, protetti da palme, circondati da fiori.
A quelle case, tuttavia, se
ne alternano altre in cui non sempre è il buon gusto a trionfare: memorie
hollywoodiane di altri tempi e altre vite portano con sé marmi e colonne,
vetrate e capitelli affastellati senza alcun ordine, complici involontari della
società dell’apparenza e dell’eccesso. Passando loro affianco non è difficile
immaginare feste eleganti e piscine gremite, abiti da cocktail e proiezioni
private dal vago sapore artefatto.
Uguale a quelle costruzioni
eppure distinto, svetta improvviso il Beverly Hills Hotel, carico di storia e storie, a colori e in bianco e nero, che
ancora oggi, immerso in un incantevole giardino curato, ospita eventi culturali
e promozionali chiacchierati e invidiati.
Una passeggiata, anche
frettolosa, anche motorizzata, tra le sue aiuole e i suoi alberi restituisce
appieno le atmosfere tipiche degli anni ’30 e ’40, quando attori e produttori,
sceneggiatori e registi risplendevano, agli occhi del pubblico entusiasta, di
una luce intensa, eccezionale, ormai spentasi quasi del tutto.
Mentre sulla strada, intanto,
oltre il discreto muro che cinge affettuosamente l’edificio dal caratteristico
colore rosa, il traffico non ha mai smesso di scorrere incessantemente, su e
giù, verso l’oceano e ritorno.
E.M., Santa Monica