Qualcuno, incline
alla perfidia e al calcolo, deve avere plagiato le menti degli innocenti
americani, in tempi e in luoghi non sospetti, convincendoli della palese
irresponsabilità della specie felina opposta, naturalmente, all’intrinseca
affidabilità di quella canina.
Gli Stati Uniti,
infatti, non sono un paese per gatti,
né, tantomeno, di gatti. È molto difficile
individuarli mollemente acciambellati sul davanzale di una finestra o
accovacciati pigramente sull’uscio di una casa: per quanto uno si sforzi e
cerchi, non ne troverà, semplicemente.
Altrettanto difficile
è, del resto, incrociare individui che a loro si interessino spassionatamente:
gli angoli delle strade brulicano di cani al guinzaglio e dei loro, orgogliosi,
proprietari, mentre le caffetterie e i ristoranti pullulano della presenza, talvolta
imbarazzante, di clienti impegnati a esaltare le qualità eccezionali di quei
compagni a quattro zampe puntualmente seduti eretti o sdraiati scompostamente
sul marciapiede prospiciente.
A nessuno, invece,
verrebbe mai in mente di riservare un simile trattamento al gatto che,
contrariamente a quanto succede nella maggior parte dei paesi civilizzati, qua non
riesce nemmeno come soggetto artistico: cartoline e portachiavi, quaderni e
portafogli ne ignorano le proporzioni eleganti preferendo loro i tratti,
piumosi e stridenti, di un gufo o di una civetta o quelli, canonici e noiosi,
di un barboncino o di un labrador.
Di conseguenza, i
pochi, strenui difensori di vibrisse e vite multiple sono forse da considerarsi
al pari di una specie a rischio o di uno scherzo della natura. Generalmente
donne, generalmente libere, generalmente non più tanto giovani, giorno dopo
giorno, settimana dopo settimana, montano diligentemente i
propri banchetti, su cui posare delicatamente gabbie e gabbiette popolate da
cuccioli e adulti di tutte le forme e i colori, allenati a uno stoico silenzio.
Immancabile cornice
dell’evento, i cartelli invitanti alle adozioni macchiettano il paesaggio
circostante, richiamando, tuttavia, un numero esiguo di curiosi e affezionati,
quasi sempre bambine, più raramente bambini, al cui seguito compaiono genitori
dall’aria non molto contenta, se non addirittura sofferta.
Di quando in quando,
poi, è possibile imbattersi in un negozio specializzato in alimenti e giochi
per Fidi e Birbe le cui vetrine siano letteralmente tappezzate di gatti, grandi
o piccoli, maschi o femmine, in paziente attesa, una volta di più, di
un’improbabile, per quanto gratuita, adozione.
Costretti
dall’assenza di spazio a dividersi cucce non troppo confortevoli, questi
esemplari continuano, nondimeno, a vivere al meglio la propria condizione di
animali in scatola: lisciandosi il pelo a vicenda, scambiandosi palline
variopinte, sbadigliandosi impunemente in faccia. Ché la felicità, prima o poi,
arriverà anche per loro.
E.M., Santa Monica