Varcare la soglia del
Primo Passo Coffee Company, all’incrocio tra la 7° Strada e Montana Avenue, a
Santa Monica, è un po’ come intrufolarsi nel laboratorio di un alchimista o nel
retrobottega di uno speziale.
Soffitti tanto alti
da perdersi tra le nuvole, pareti tanto bianche da accecare, scaffalature tanto
essenziali da sembrare monastiche — anch’esse immacolate — riportano indietro
nel tempo, a giorni affollati di esperimenti e di pozioni, di alambicchi e di pietre
filosofali.
Impilate
ordinatamente sulle mensole, sono visibili eleganti scatole incartate di
marrone: custodiscono gelosamente, al pari di qualche formula segreta, caffè
provenienti da tutto il mondo, a propria volta scrigni di aromi esotici e di paesi
lontani, di ricordi sfumati e di memorie sfuocate.
Poco lontano, vasi e
vasi di vetro trasparente, rigorosamente affiancati gli uni agli altri,
esibiscono platealmente ciò che quelle confezioni solo suggeriscono.
Qualche infusore dai
tratti bizzarri cerca, inutilmente, di camuffarsi tra gli involucri alteri,
talvolta capitolando, dolorosamente, davanti a un filtro per tè o a un
contaminuti dall’aspetto serio e professionale.
Misurini trasparenti
e contenitori per liquidi di varie fogge e dimensioni riposano silenziosamente
sul banco oltre il quale si muovono, sicuri, i giovani dipendenti: precisi e compresi
nel ruolo loro affidato, richiamano alla mente figure di studenti di chimica o di
apprendisti stregoni, più che di innocui baristi.
Tavolini tondi,
bassi, di quando in quando bassissimi, dal ripiano di legno chiaro e le gambe
di metallo solido, sono disseminati con studiata noncuranza per il locale.
Con la loro aria
fintamente dimessa, con il loro sguardo furbescamente umile, strizzano l’occhio
agli interni di un bistrot parigino o ai locali di certa archeologia
industriale.
A sinistra un tavolo
stretto e lungo, circondato di alti sgabelli, suggerisce un clima di studio e
meditazione; a destra, perpendicolare a esso, un comodo divano di pelle scura spinge
invece alla socializzazione e allo scambio di idee.
Ovunque il pavimento,
dall’aspetto vissuto, dal passato cavalleresco, si offre, docile, al
visitatore, ignaro dei numerosi graffi e delle molteplici striature che, come
ferite, lo ricoprono in più punti.
Dal soffitto pendono imponenti
lampadari in ottone, forse a suggerire immagini di navi mercantili nelle cui
stive centinaia di migliaia di chicchi hanno viaggiato, anno dopo anno, secolo
dopo secolo.
Mentre fuori,
intanto, al di là delle grandi vetrate affacciate sul quartiere, c’è chi ancora
deve essere iniziato al Primo Passo e ai suoi infiniti misteri.
E.M., Santa Monica