La sensazione di sollievo e
di rinascita che segue un temporale, specialmente se violento e prolungato, non
ha tardato a manifestarsi nemmeno in questo frangente, a Santa Monica.
Nonostante la pioggia,
nonostante la grandine, nonostante i tuoni e i fulmini, girare ora per le
strade della città, nell’aria improvvisamente frizzante di inizio marzo,
nasconde un respiro diverso, rivela un proposito nuovo.
Si prende mentalmente nota
dei tanti brandelli di corteccia che pavimentano l’asfalto, si contano
silenziosamente le numerose facciate dall’intonaco insolitamente scuro, si
cammina voluttuosamente sui mille e mille tappeti di foglie e di rami che
punteggiano ovunque i marciapiedi.
La natura sembra essersi in
qualche modo riappacificata con il genere umano, forse esausta per le sue
recenti evoluzioni, o più semplicemente annoiata e perciò alla ricerca di una
sfida più intrigante.
L’oceano solo, imperterrito,
continua a agitarsi come nulla fosse, incurante della presenza del sole e cieco
all’assenza di nuvole minacciose.
Perfino in lontananza se ne
scorge l’agitazione, se ne registra il tumulto: onde alte e spumose si
abbattono con ciclicità sul bagnasciuga, disegnando ampie curve sullo sfondo celeste
pallido e spazzando via, con un movimento unico, gabbiani e chiurli, cormorani
e piccioni.
La fluidità con la quale
danzano rapisce la vista e la mente, offuscando ogni altro pensiero,
cancellando ogni altra visione: più passa il tempo e più ci si sente
inesorabilmente trascinati verso la battigia, attratti dallo spettacolo dell’acqua
che si alza e si abbassa, senza lasciare scampo, senza promettere salvezza.
Il petto, che fino a questo
momento ha seguito ritmicamente l’alternanza di alto e basso da un posto
riparato, oltre la riva, all’improvviso si blocca, chiudendosi in un mutismo
ostinato, provocando l’affanno.
Quasi che i polmoni, vivendo di
vita autonoma, avessero deciso di prendersi una pausa, persi, anche loro come
tutto il resto del corpo, nell’ammirazione sconfinata del panorama, bello da
togliere il fiato.
I minuti si cristallizzano in
un’eternità.
Eppure è sufficiente un
bagliore inaspettato, un raggio di luce moltiplicato all’infinito, a spezzare
l’incantesimo, a richiamare all’ordine la ragione e i sensi: a fatica ci si
riprende, come risvegliandosi da un sonno profondo, come riavendosi da
un’estasi sublime.
Ci si stropiccia gli occhi, indolenziti
dalla magnificenza, appesantiti dallo splendore. Si disperdono le immagini
caleidoscopiche impresse sulle palpebre. Si prova a inspirare, tentennanti.
Dopodiché, soddisfatti, si va
via.
E.M., Santa Monica
