martedì 4 marzo 2014

Notizie da Lilliput 178: La città che dimentica di respirare

La sensazione di sollievo e di rinascita che segue un temporale, specialmente se violento e prolungato, non ha tardato a manifestarsi nemmeno in questo frangente, a Santa Monica.

Nonostante la pioggia, nonostante la grandine, nonostante i tuoni e i fulmini, girare ora per le strade della città, nell’aria improvvisamente frizzante di inizio marzo, nasconde un respiro diverso, rivela un proposito nuovo.

Si prende mentalmente nota dei tanti brandelli di corteccia che pavimentano l’asfalto, si contano silenziosamente le numerose facciate dall’intonaco insolitamente scuro, si cammina voluttuosamente sui mille e mille tappeti di foglie e di rami che punteggiano ovunque i marciapiedi.

La natura sembra essersi in qualche modo riappacificata con il genere umano, forse esausta per le sue recenti evoluzioni, o più semplicemente annoiata e perciò alla ricerca di una sfida più intrigante.

L’oceano solo, imperterrito, continua a agitarsi come nulla fosse, incurante della presenza del sole e cieco all’assenza di nuvole minacciose.

Perfino in lontananza se ne scorge l’agitazione, se ne registra il tumulto: onde alte e spumose si abbattono con ciclicità sul bagnasciuga, disegnando ampie curve sullo sfondo celeste pallido e spazzando via, con un movimento unico, gabbiani e chiurli, cormorani e piccioni.

La fluidità con la quale danzano rapisce la vista e la mente, offuscando ogni altro pensiero, cancellando ogni altra visione: più passa il tempo e più ci si sente inesorabilmente trascinati verso la battigia, attratti dallo spettacolo dell’acqua che si alza e si abbassa, senza lasciare scampo, senza promettere salvezza.

Il petto, che fino a questo momento ha seguito ritmicamente l’alternanza di alto e basso da un posto riparato, oltre la riva, all’improvviso si blocca, chiudendosi in un mutismo ostinato, provocando l’affanno.

Quasi che i polmoni, vivendo di vita autonoma, avessero deciso di prendersi una pausa, persi, anche loro come tutto il resto del corpo, nell’ammirazione sconfinata del panorama, bello da togliere il fiato.

I minuti si cristallizzano in un’eternità.

Eppure è sufficiente un bagliore inaspettato, un raggio di luce moltiplicato all’infinito, a spezzare l’incantesimo, a richiamare all’ordine la ragione e i sensi: a fatica ci si riprende, come risvegliandosi da un sonno profondo, come riavendosi da un’estasi sublime.

Ci si stropiccia gli occhi, indolenziti dalla magnificenza, appesantiti dallo splendore. Si disperdono le immagini caleidoscopiche impresse sulle palpebre. Si prova a inspirare, tentennanti.


Dopodiché, soddisfatti, si va via.

E.M., Santa Monica