Le giornate di vento forte
portano, a Santa Monica, i suoni dell’oceano che mugghia all’orizzonte, squassato
da onde alte e spumose; non troppo frequenti, in questo angolo di California.
Poco per volta, quegli stessi
suoni si confondono nell’aria con i versi degli uccelli, storditi dalle folate
improvvisamente fattesi ostili, e con il rumore dei rami degli alberi, in moto
oscillatorio perenne.
Rimbalzano in alto, sulle
formazioni di nuvole bianche e gonfie, in assetto da guerriglia, pronte a dire
la loro a chiunque si dimostri tanto sconsiderato da interpellarle.
Precipitano verso il basso,
ricadendo a pioggia sulle teste appuntite e sulle code voluminose degli
scoiattoli che, infastiditi dal cambiamento di atmosfera, hanno già iniziato a
soffiarsi contro, considerando i propri simili un’oscura minaccia, al pari di
un animale predatore o di un essere umano troppo invadente.
Le raffiche insistenti,
tuttavia, di quando in quando violente al punto da diventare inopportune, distraggono
e disturbano anche le menti e gli animi di certi passanti che, come gatti
innervositi da un maestrale eccezionalmente cattivo, sembrano impazzire di
colpo.
E così, in uno schioccare di
dita, svuotano i cervelli del contenuto quotidiano, sempre uguale a se stesso,
giorno dopo giorno, anno dopo anno, per riempirli di parole diverse: a volte
sfrontate, altre volte timide, a tratti sussurrate, a tratti gridate con quanto
fiato si ha in gola, a indirizzi impensati, a destinatari sconosciuti.
In quegli attimi, i pensieri
e le idee si cristallizzano in stalattiti e stalagmiti, sbriciolandosi poi
sull’asfalto della strada e sul cemento dei marciapiedi; mentre immagini ardite
e ipotesi baldanzose si affacciano, impertinenti, a rimescolare percorsi e
destini.
In quei frangenti, basta
sollevare lo sguardo, e farlo vagare pigramente nello spazio, per percepire un
cambiamento, anche sottile, anche minimo, negli umori del mondo circostante.
Sembra che da un minuto
all’altro, da un istante all’altro, i sogni e i desideri che ogni essere
vivente nasconde, giù giù nelle cavità più remote, debbano manifestarsi in un
turbinio di sensazioni, in un’esplosione di contenuti.
Sospesi ovunque, aspettano un
segnale, attendono una conferma: per volteggiare sui tetti delle case e sulla risacca
del bagnasciuga, per ricoprire i petali dei fiori e gli usci degli edifici; per
ricordare infine, con il loro planare delicato, una voce lontana nel tempo, una
nenia dimenticata, cantilenante e sensuale come una battuta pronunciata con cadenza
romagnola.
E.M., Santa Monica
