È pressoché impossibile
abitare al civico 844 della 16° Strada, a Santa Monica, e non chiedersi cosa
succeda nel primo dei sei appartamenti che costituiscono il piccolo condominio.
Per quanto discreti,
infatti, tutti gli altri abitanti fanno sentire la propria presenza, certe
volte vibrante, altre volte più ovattata: il cane abbaia per uscire, il gatto
miagola per rientrare, qua c’è una lavastoviglie in funzione, là stanno
utilizzando un trapano.
Chiunque occupi il
numero 1, invece, non si vede mai.
E non è che “mai” sia
un eufemismo. “Mai” significa realmente “mai”. Mai nessuno apre la porta, mai
nessuno la chiude, mai nessuno
innaffia il piccolo giardino, mai
nessuno utilizza il garage coperto.
Le veneziane sono
sempre chiuse e il cancelletto bianco, altrove simbolo di pulizia e candore,
sembra celare qualcosa di segreto e poco armonico, un passato fosco, magari, o
una storia d’amore finita in tragedia.
La vita fluisce: i
bambini nascono, i vecchi muoiono, gli inquilini si avvicendano nelle graziose
unità abitative arroccate intorno alla misteriosa abitazione, mentre qui,
invece, niente muta, niente si trasforma.
La stranezza,
tuttavia, è che, pur non sentendosi voci umane, né vedendosi figure
antropomorfe, il luogo non ha l’aspetto trasandato dei posti dimenticati o
trascurati.
Al contrario, il
cortiletto è sempre perfettamente spazzato, il tappetino d’ingresso immacolato;
talvolta si intravedono perfino tracce d’acqua, come se qualcuno, nottetempo,
data l’apparente calma piatta diurna, avesse liberato il tubo dalle proprie
ambasce, permettendogli di innaffiare tutt’intorno.
Semplicemente, non si
assiste all’usuale andirivieni che la permanenza prolungata in un posto
generalmente significa: nessuno fa la spesa, nessuno lava l’auto, nessuno
arieggia le stanze, nessuno pulisce i davanzali.
Il grande albero che
fa graziosamente ombra sull’ingresso, è, insieme ai rarissimi scoiattoli che lo
praticano di quando in quando, l’unico organismo vivente a conoscere l’arcano
di un simile alloggio, ma, al contempo, il solo a celarlo e a proteggerlo con
industriosità senza pari.
I giorni passano, i
mesi anche e gli anni pure, senza che la situazione possa dirsi mutata: oltre
ai mattoni rossi del vialetto e alle assi candide della facciata, solo il nero
cupo dell’interno è visibile a chiunque passi da queste parti.
Ma poi,
all’improvviso, come sempre capita al culmine delle vicende terrene, una tarda
mattina di fine ottobre, sollevando sbadatamente lo sguardo, si scorge un
varco, si intravede una fessura: il cuore accelera, il respiro arranca e, con
le mani tremanti degli avvenimenti inaspettati, si scatta una foto, a
imperitura memoria.
Poi, di colpo
imbarazzati, quasi si fosse violato qualcosa di sacro, ci si riprende e, gli
occhi bassi, si procede oltre. Perché qualcuno, al riparo di quelle finestre,
vive. E magari osserva.
E.M., Santa Monica