lunedì 4 novembre 2013

Notizie da Lilliput 137: La casa dalle finestre che (non) ridono

È pressoché impossibile abitare al civico 844 della 16° Strada, a Santa Monica, e non chiedersi cosa succeda nel primo dei sei appartamenti che costituiscono il piccolo condominio.

Per quanto discreti, infatti, tutti gli altri abitanti fanno sentire la propria presenza, certe volte vibrante, altre volte più ovattata: il cane abbaia per uscire, il gatto miagola per rientrare, qua c’è una lavastoviglie in funzione, là stanno utilizzando un trapano.

Chiunque occupi il numero 1, invece, non si vede mai.
E non è che “mai” sia un eufemismo. “Mai” significa realmente “mai”. Mai nessuno apre la porta, mai nessuno la chiude, mai nessuno innaffia il piccolo giardino, mai nessuno utilizza il garage coperto.

Le veneziane sono sempre chiuse e il cancelletto bianco, altrove simbolo di pulizia e candore, sembra celare qualcosa di segreto e poco armonico, un passato fosco, magari, o una storia d’amore finita in tragedia.

La vita fluisce: i bambini nascono, i vecchi muoiono, gli inquilini si avvicendano nelle graziose unità abitative arroccate intorno alla misteriosa abitazione, mentre qui, invece, niente muta, niente si trasforma.

La stranezza, tuttavia, è che, pur non sentendosi voci umane, né vedendosi figure antropomorfe, il luogo non ha l’aspetto trasandato dei posti dimenticati o trascurati.

Al contrario, il cortiletto è sempre perfettamente spazzato, il tappetino d’ingresso immacolato; talvolta si intravedono perfino tracce d’acqua, come se qualcuno, nottetempo, data l’apparente calma piatta diurna, avesse liberato il tubo dalle proprie ambasce, permettendogli di innaffiare tutt’intorno.

Semplicemente, non si assiste all’usuale andirivieni che la permanenza prolungata in un posto generalmente significa: nessuno fa la spesa, nessuno lava l’auto, nessuno arieggia le stanze, nessuno pulisce i davanzali.

Il grande albero che fa graziosamente ombra sull’ingresso, è, insieme ai rarissimi scoiattoli che lo praticano di quando in quando, l’unico organismo vivente a conoscere l’arcano di un simile alloggio, ma, al contempo, il solo a celarlo e a proteggerlo con industriosità senza pari.

I giorni passano, i mesi anche e gli anni pure, senza che la situazione possa dirsi mutata: oltre ai mattoni rossi del vialetto e alle assi candide della facciata, solo il nero cupo dell’interno è visibile a chiunque passi da queste parti.

Ma poi, all’improvviso, come sempre capita al culmine delle vicende terrene, una tarda mattina di fine ottobre, sollevando sbadatamente lo sguardo, si scorge un varco, si intravede una fessura: il cuore accelera, il respiro arranca e, con le mani tremanti degli avvenimenti inaspettati, si scatta una foto, a imperitura memoria.


Poi, di colpo imbarazzati, quasi si fosse violato qualcosa di sacro, ci si riprende e, gli occhi bassi, si procede oltre. Perché qualcuno, al riparo di quelle finestre, vive. E magari osserva.

E.M., Santa Monica