Ieri mattina, gli uccellini
che quotidianamente annunciano il proprio verbo lungo Montana Avenue si sono
risvegliati insolitamente silenziosi.
Di quando in quando hanno
tentato un canto impacciato, timido, per poi capitolare e rinunciarvi con un
misto di incredulità e di tristezza.
Nemmeno i semi di girasole,
di cui tutti, nel corso del tempo, si sono dimostrati particolarmente ghiotti,
hanno saputo riportare le note in quelle piccole ugole annichilite dagli eventi
e intirizzite dal freddo.
Sconsolati, passeri e
pettirossi, colombe e colibrì cercavano, piuttosto, riparo alla furia
dell’acqua proveniente dal cielo fin dalla notte precedente.
Iniziata come una pioggerella
primaverile, sottile e delicata — poche gocce, timorose di disturbare, hanno
bussato per qualche minuto ai vetri delle finestre, delle porte, degli abbaini
— ha ben presto rivelato il suo volto più inaspettato e feroce, riversandosi
con gioia cattiva sulla terra e sull’oceano, scompaginando equilibri,
sbilanciando destini.
La pioggia ha continuato a
cadere, ininterrottamente, per ore e ore, il buio scivolando nella luce opaca
del giorno successivo, troppo debole e troppo stupito per imporre le proprie
ragioni.
Le nuvole, radunatesi alla
chetichella con l’indolenza tipica dei pomeriggi domenicali, hanno imperversato
sulla città con sottile piacere, incombendovi sopra anche durante le rare pause
tra uno scroscio e l’altro.
Raffiche di vento maligno
hanno scosso i rami e i tronchi degli alberi fino alle radici, flettendoli tanto
da costringerli a elaborate torsioni, a complicati esercizi di abilità
funambolica.
Eppure, volatili a parte, il
microcosmo di Santa Monica non ha smesso per un attimo di agitarsi e di
pensare, di sognare e di muoversi.
Forse con un ritmo appena più
lento del consueto, i suoi abitanti hanno tuttavia occupato i tavolini delle
caffetterie, chiacchierando a voce alta nel tentativo sprezzante di coprire il
cicaleccio delle gocce là fuori; hanno frequentato la lezione di yoga,
ciabattandovi dentro con orgoglio per la loro audacia; hanno portato a spasso
il cane, lasciando a casa l’ombrello.
Davanti a una simile mancanza
di tatto nei propri confronti, la natura, indispettita, ha liberato chicchi di
grandine sui tetti ormai bui delle case e delle chiese, chicchi grandi come
mele e chiassosi come granate, che hanno inondato l’oscurità di un suono
cadenzato e inquietante.
Mentre tuoni e fulmini,
incuriositi dalla commozione circostante, si presentavano all’appello,
arrivando trafelati intorno alle otto di sera, e cercando perciò di recuperare,
con un finale a effetto, il prezioso tempo scialacquato altrove.
E.M., Santa Monica