venerdì 7 marzo 2014

Notizie da Lilliput 179: El Mariachi

4500 S Centinela Avenue, Los Angeles: nel locale ampio e semideserto — lunghi tavoli di legno scuro, sedie alte e pesanti come troni, panche confortevoli — siedono ancora pochi clienti.

Il grazioso patio, ispirato alla corte interna di una tipica abitazione messicana, è desolatamente vuoto.

I bambini, che qua solitamente corrono, riempiendo delle loro voci l’aria già satura di profumi di condimenti, di idiomi musicali, di ordinazioni frenetiche, oggi non si sono presentati.

Eppure i tre musicisti, niente affatto scoraggiati, sono saldamente ancorati al palco: vestiti con insolita sobrietà — camicia bianca, giacchino e pantaloni neri — hanno terminato la pausa e sono pronti a ricominciare a suonare.

Riconquistano ordinatamente le posizioni originarie, dividendosi lo spazio con equanimità; dopodiché, col petto in fuori e le gambe divaricate, richiamano l’attenzione del pubblico su di sé.

Il più loquace, un uomo di mezza età dalla pelle olivastra e le mani avvinghiate alla chitarra, non parla inglese. Presenta i brani, con entusiasmo crescente, in un profluvio di termini spagnoli, sibilando le esse, arrotolando le elle, mutilando le vu.

Il violinista, un indio in miniatura, si occupa diligentemente della traduzione, aggiungendo calore e poesia alla lingua che certamente non parlavano i suoi antenati.

Spiega con dovizia di particolari dei colleghi, imbottigliati nel traffico cittadino, faticoso da attraversarsi perfino adesso, alle 19.30 di un martedì di inizio marzo; dà qualche indicazione sui brani; snocciola un interminabile elenco di nomi, avventori convenuti a festeggiare lì il compleanno.

Per ognuno di essi prega gentilmente gli astanti di battere le mani; a ognuno di essi rivolge un pensiero gentile.

Poco dopo, come richiamate in vita da un sortilegio invisibile, le note iniziano a sgorgare, dolci e irrefrenabili, dal suo strumento e da quello dei compagni e il ristorante, CasaSanchez, si anima di panorami assolati e di balconcini in ferro battuto, di storie d’amore coinvolgenti e di destini tragici.

Tutt’intorno la conversazione scema in un brusio indistinto, perché chiunque sia pratico di quelle atmosfere e di quelle parole manifesta il desiderio di seguirle con attenzione, mentre chi si avvicina loro appena oggi, incuriosito, cerca di penetrarne il fascino misterioso e antico.

Nonostante la bizzarra assenza dei costumi tradizionali, infatti, i tre mariachi in borghese tradiscono le proprie origini fin dal primo suono, fin dal primo tremolio di corde vocali.


Lentamente e inesorabilmente trascinando le menti e i cuori in un racconto infinito, che travalica i limiti della serata e i contorni della notte.

E.M., Santa Monica