4500 S Centinela Avenue, Los Angeles: nel locale ampio e semideserto — lunghi tavoli di legno scuro, sedie
alte e pesanti come troni, panche confortevoli — siedono ancora pochi clienti.
Il grazioso patio, ispirato
alla corte interna di una tipica abitazione messicana, è desolatamente vuoto.
I bambini, che qua
solitamente corrono, riempiendo delle loro voci l’aria già satura di profumi di
condimenti, di idiomi musicali, di ordinazioni frenetiche, oggi non si sono
presentati.
Eppure i tre musicisti,
niente affatto scoraggiati, sono saldamente ancorati al palco: vestiti con
insolita sobrietà — camicia bianca, giacchino e pantaloni neri — hanno
terminato la pausa e sono pronti a ricominciare a suonare.
Riconquistano ordinatamente
le posizioni originarie, dividendosi lo spazio con equanimità; dopodiché, col
petto in fuori e le gambe divaricate, richiamano l’attenzione del pubblico su
di sé.
Il più loquace, un uomo di
mezza età dalla pelle olivastra e le mani avvinghiate alla chitarra, non parla
inglese. Presenta i brani, con entusiasmo crescente, in un profluvio di termini
spagnoli, sibilando le esse, arrotolando le elle, mutilando le vu.
Il violinista, un indio in
miniatura, si occupa diligentemente della traduzione, aggiungendo calore e
poesia alla lingua che certamente non parlavano i suoi antenati.
Spiega con dovizia di
particolari dei colleghi, imbottigliati nel traffico cittadino, faticoso da
attraversarsi perfino adesso, alle 19.30 di un martedì di inizio marzo; dà
qualche indicazione sui brani; snocciola un interminabile elenco di nomi,
avventori convenuti a festeggiare lì il compleanno.
Per ognuno di essi prega
gentilmente gli astanti di battere le mani; a ognuno di essi rivolge un
pensiero gentile.
Poco dopo, come richiamate in
vita da un sortilegio invisibile, le note iniziano a sgorgare, dolci e
irrefrenabili, dal suo strumento e da quello dei compagni e il ristorante, CasaSanchez, si anima di panorami assolati e di balconcini in ferro battuto, di
storie d’amore coinvolgenti e di destini tragici.
Tutt’intorno la conversazione
scema in un brusio indistinto, perché chiunque sia pratico di quelle atmosfere
e di quelle parole manifesta il desiderio di seguirle con attenzione, mentre
chi si avvicina loro appena oggi, incuriosito, cerca di penetrarne il fascino
misterioso e antico.
Nonostante la bizzarra
assenza dei costumi tradizionali, infatti, i tre mariachi in borghese tradiscono le proprie origini fin dal primo
suono, fin dal primo tremolio di corde vocali.
Lentamente e inesorabilmente
trascinando le menti e i cuori in un racconto infinito, che travalica i limiti
della serata e i contorni della notte.
E.M., Santa Monica
