sabato 8 marzo 2014

Notizie da Lilliput 180: La Nuit américaine

A Venice, se si cerca con cura, se si osserva con attenzione, si può trovare un angolo di Parigi.

Nascosto anonimamente oltre un portoncino in pesante ferro nero, protetto da uno scalino ripido e da una altrettanto ripida rampa di scale, illuminato da un lampione solitario, c’è un appartamento, sorprendentemente ampio, che si affaccia su Abbot Kinney come sui tetti della Ville Lumière.

Ambienti eterogenei lo compongono, disegnando un elegante intreccio di antico e di contemporaneo, di tecnologico e di fiabesco, di poetico e di gotico.

Lampadari stravaganti pendono dai soffitti (alcuni dei quali tappezzati di vecchi specchi bruniti): bolle di vetro di tutte le dimensioni riflettono e moltiplicano i raggi di luce sulle pareti volutamente trascurate; mentre mozziconi di candele di vari colori riposano nei candelabri dai bracci arzigogolati come volute.

Poltrone di foggia settecentesca, imponenti e maestose alla maniera di troni regali e divani seducenti e ammalianti al pari di lascive ottomane, trasportano in un limbo in cui, di minuto in minuto, di secondo in secondo, si fa sempre più difficile distinguere il sonno dalla veglia, la verità dal racconto.

Un lungo tavolo di legno, disposto obliquamente nella sala da pranzo, è circondato da sedie accomunate dalla mancanza di elementi affini: a ben guardare, anzi, sembra quasi si siano dati appuntamento, intorno al desco famigliare, scarti informi e spalliere altezzose, sedute sbilenche e schienali blasonati.

La cucina, piastrellata di mattonelle bianche come una macelleria di tanto tempo fa, rivela una miscela sapiente di modernità e tradizione: un banco da lavoro, sul quale è facile immaginare mani esperte eseguire ricette sempre diverse e sempre appetitose, un arsenale di coltelli affilatissimi e di elettrodomestici dalle linee eleganti e funzionali, un insieme di mensole a reggere tazze e coppe, calici e bicchieri scaturiti dalla mente geniale di un artista o dalla fantasia inesauribile di un esteta.

Bastano pochi attimi per acclimatarsi, basta un nonnulla per ritrovarsi a fluttuare in un mondo diverso, nel quale si vorrebbe vivere anche solo una settimana, anche solo un giorno.

Dall’esterno, invece, dall’affollato viale sottostante, fatto di clacson educati e di risate improvvise, di locali ricercati e di negozi compositi, nonostante le tende di broccato scuro arrivano, inaspettati, i suoni della vita, a ricordare che il proprio momento è qui e ora, e da nessun’altra parte.


Un sospiro più tardi, oramai liberati dal sortilegio, si freme dunque per uscire, e si sbircia dalle enormi finestre che, occhi giganteschi perennemente aperti, scrutano il buio della notte californiana, arrivata tra un incanto e l’altro.

E.M., Santa Monica