Nascosto anonimamente oltre
un portoncino in pesante ferro nero, protetto da uno scalino ripido e da una
altrettanto ripida rampa di scale, illuminato da un lampione solitario, c’è un
appartamento, sorprendentemente ampio, che si affaccia su Abbot Kinney come sui
tetti della Ville Lumière.
Ambienti eterogenei lo
compongono, disegnando un elegante intreccio di antico e di contemporaneo, di
tecnologico e di fiabesco, di poetico e di gotico.
Lampadari stravaganti pendono
dai soffitti (alcuni dei quali tappezzati di vecchi specchi bruniti): bolle di
vetro di tutte le dimensioni riflettono e moltiplicano i raggi di luce sulle
pareti volutamente trascurate; mentre mozziconi di candele di vari colori
riposano nei candelabri dai bracci arzigogolati come volute.
Poltrone di foggia
settecentesca, imponenti e maestose alla maniera di troni regali e divani seducenti
e ammalianti al pari di lascive ottomane, trasportano in un limbo in cui, di
minuto in minuto, di secondo in secondo, si fa sempre più difficile distinguere
il sonno dalla veglia, la verità dal racconto.
Un lungo tavolo di legno,
disposto obliquamente nella sala da pranzo, è circondato da sedie accomunate
dalla mancanza di elementi affini: a ben guardare, anzi, sembra quasi si siano
dati appuntamento, intorno al desco famigliare, scarti informi e spalliere
altezzose, sedute sbilenche e schienali blasonati.
La cucina, piastrellata di
mattonelle bianche come una macelleria di tanto tempo fa, rivela una miscela
sapiente di modernità e tradizione: un banco da lavoro, sul quale è facile
immaginare mani esperte eseguire ricette sempre diverse e sempre appetitose, un
arsenale di coltelli affilatissimi e di elettrodomestici dalle linee eleganti e
funzionali, un insieme di mensole a reggere tazze e coppe, calici e bicchieri
scaturiti dalla mente geniale di un artista o dalla fantasia inesauribile di un
esteta.
Bastano pochi attimi per
acclimatarsi, basta un nonnulla per ritrovarsi a fluttuare in un mondo diverso,
nel quale si vorrebbe vivere anche solo una settimana, anche solo un giorno.
Dall’esterno, invece,
dall’affollato viale sottostante, fatto di clacson educati e di risate improvvise,
di locali ricercati e di negozi compositi, nonostante le tende di broccato
scuro arrivano, inaspettati, i suoni della vita, a ricordare che il proprio
momento è qui e ora, e da nessun’altra parte.
Un sospiro più tardi, oramai
liberati dal sortilegio, si freme dunque per uscire, e si sbircia dalle enormi finestre
che, occhi giganteschi perennemente aperti, scrutano il buio della notte
californiana, arrivata tra un incanto e l’altro.
E.M., Santa Monica