domenica 2 settembre 2012

Notizie da Lilliput 17: Iniezioni di furore


È notizia confortante degli ultimi giorni che il Virgilio sia rientrato in (pieno) possesso delle proprie capacità motorie e che ora si pavoneggi al volante di una jeep nuova fiammante o sui marciapiedi assolati di Santa Monica, complici un elegante bastone e una buffa camminata alla Fred Astaire. Peccato solo che, a giudicare da alcune bizzarre affermazioni, non possa dirsi altrettanto di un suo ritrovato equilibrio nei confronti del resto del mondo. Altrimenti credo — e spero — si sarebbe espresso diversamente in occasione di uno dei nostri ultimi “scambi culturali”, soprattutto alla luce dei più recenti fatti di cronaca nera americana.

Discutevamo di medicinali da banco e affini: a quanto pare, ottenere vitamina B12 negli Stati Uniti è questione controversa e ardua, legata com’è all’utilizzo della pericolosa siringa con cui iniettarsela.

Fin qua, niente di (troppo) strano: è vero, con gli aghi è meglio non scherzare, ma addirittura renderne difficoltoso l’acquisto suona francamente eccessivo. Imbucarsi a cena alla Casa Bianca diventa al confronto risibile bagatella.

È stato in un simile frangente che, ingenuamente, gli ho suggerito di procedere alla sola prescrizione dell’integratore energetico su suolo americano, da consumarsi poi in tutta tranquillità in Italia, dove siringhe avrebbe potuto comprarsene quante ne avesse voluto, senza preoccupazioni di sorta. La sorprendente, ironica risposta non si è fatta attendere più di tanto: “Però... che paese quello in cui le siringhe possono essere comprate da chiunque senza un minimo di controllo!...” Non potendo credere alle mie orecchie, gli ho sibilato di rimando: “… disse quello nel cui paese le armi possono essere comprate da chiunque senza un minimo di controllo…”

Lo so, mi sono lasciata sfuggire qualche grammo di retorica, certamente insufflata di italica indignazione, ma il tono di accompagnamento, perlomeno, era salace e pungente come il caso meritava. E lo yankee, devo dire, ha incassato con eleganza. Per cambiare argomento di lì a poco.

Probabilmente è questo il motivo per cui, in seguito, non ho voluto indagare la sua prospettiva in merito all’insensata sparatoria avvenuta a pochi passi dall’Empire State Building. A ben pensarci, tuttavia, se avessimo toccato l’argomento, avremmo forse cercato di far fronte comune all’orrore frugando tra i nostri punti di contatto piuttosto che tra le (in)colmabili differenze scomodando, mi piace pensare, addirittura John Steinbeck e il suo Tom Joad.

Avrei tralasciato di sottolineare pleonasticamente come il surplus di armi sia dannoso (quando non mortale) al comune cittadino troppo eccitabile di fronte a un eventuale pericolo, rimarcando invece la vicinanza di un tale dramma (del cinquantenne, cioè, che uccide il presunto responsabile del proprio licenziamento) ai tanti eventi fedelmente riportati dallo scrittore in numerosi articoli e romanzi.

I suoi fangosi accampamenti di fortuna a ridosso degli invitanti appezzamenti californiani, dove vive un’America strozzata tra il desiderio di crescere e arricchirsi e le reali condizioni di estrema indigenza di quanti quel sogno contribuiscono a consolidare e realizzare, sembrano ora essersi “evoluti”, diventando strade e vicoli di una delle città più chiacchierate e controverse del mondo. Ma la miseria, folle a dirsi, non si è modificata di molto. E se imbracciare un’arma non è mai, ovviamente, una soluzione, è forse ancor meno utile giudicare chi, trovandosi alla disperazione, sragioni, comportandosi di conseguenza.

La famiglia Joad al centro di Furore, famiglia di carta ma fortemente ispirata dall’esperienza diretta del proprio creatore, gode l’immensa fortuna di dirci addio ben prima di perdere la grande umanità e lucidità di cui è capace per tutto il libro, recuperando addirittura quel poco diluitosi a causa di una gravidanza dagli esiti tragici, in un panorama sconsolato di ex proprietari terrieri o mezzadri ormai trasformatisi in bestie. Tutt’intorno, il povero ridotto allo stremo azzanna il suo simile, nell’inutile e disperato tentativo di afferrare lo scampolo di sogno americano a lui concesso, un pezzo di pane, anziché rivolgere la propria rabbia contro l’avidità e la noncuranza di chi lo illude con un misero lavoro stagionale. Suona familiare, vero?

Sono sicura che, a questo punto, il Virgilio si sarebbe lasciato sfuggire un appunto degno del suo mentore, Joseph Campbell, ricordando come l’Artista sia l’essere umano capace di precorrere i tempi e predire gli (eventuali) cambiamenti. Steinbeck, dal canto suo, indissolubilmente e ostinatamente legato al proprio presente, forse non avrebbe gradito granché il complimento, lasciando tuttavia a noi lettori la responsabilità — civile, prima ancora che culturale — di decidere da che parte stare.

E.M.