È notizia confortante
degli ultimi giorni che il Virgilio
sia rientrato in (pieno) possesso delle proprie capacità motorie e che ora si pavoneggi
al volante di una jeep nuova fiammante o sui marciapiedi assolati di Santa Monica, complici un elegante
bastone e una buffa camminata alla Fred Astaire. Peccato solo che, a giudicare da alcune bizzarre affermazioni, non
possa dirsi altrettanto di un suo ritrovato equilibrio nei confronti del resto
del mondo. Altrimenti credo — e spero — si sarebbe espresso diversamente in
occasione di uno dei nostri ultimi “scambi culturali”, soprattutto alla luce
dei più recenti fatti di cronaca nera americana.
Discutevamo di
medicinali da banco e affini: a quanto pare, ottenere vitamina B12 negli Stati Uniti è questione controversa e
ardua, legata com’è all’utilizzo della pericolosa
siringa con cui iniettarsela.
Fin qua, niente di
(troppo) strano: è vero, con gli aghi è meglio non scherzare, ma addirittura
renderne difficoltoso l’acquisto suona francamente eccessivo. Imbucarsi a cena
alla Casa Bianca diventa al
confronto risibile bagatella.
È stato in un simile
frangente che, ingenuamente, gli ho suggerito di procedere alla sola prescrizione
dell’integratore energetico su suolo americano, da consumarsi poi in tutta
tranquillità in Italia, dove
siringhe avrebbe potuto comprarsene quante ne avesse voluto, senza
preoccupazioni di sorta. La sorprendente, ironica risposta non si è fatta
attendere più di tanto: “Però... che paese quello in cui le siringhe possono
essere comprate da chiunque senza un minimo di controllo!...” Non potendo
credere alle mie orecchie, gli ho sibilato di rimando: “… disse quello nel cui
paese le armi possono essere comprate
da chiunque senza un minimo di
controllo…”
Lo so, mi sono
lasciata sfuggire qualche grammo di retorica, certamente insufflata di italica
indignazione, ma il tono di accompagnamento, perlomeno, era salace e pungente
come il caso meritava. E lo yankee, devo dire, ha incassato con eleganza. Per
cambiare argomento di lì a poco.
Probabilmente è
questo il motivo per cui, in seguito, non ho voluto indagare la sua prospettiva
in merito all’insensata sparatoria avvenuta a pochi passi dall’Empire State Building. A ben pensarci,
tuttavia, se avessimo toccato l’argomento, avremmo forse cercato di far fronte
comune all’orrore frugando tra i nostri punti di contatto piuttosto che tra le
(in)colmabili differenze scomodando, mi piace pensare, addirittura John Steinbeck e il suo Tom Joad.
Avrei tralasciato di
sottolineare pleonasticamente come il surplus di armi sia dannoso (quando non
mortale) al comune cittadino troppo eccitabile di fronte a un eventuale
pericolo, rimarcando invece la vicinanza di un tale dramma (del cinquantenne,
cioè, che uccide il presunto responsabile del proprio licenziamento) ai tanti
eventi fedelmente riportati dallo scrittore in numerosi articoli e romanzi.
I suoi fangosi
accampamenti di fortuna a ridosso degli invitanti appezzamenti californiani, dove
vive un’America strozzata tra il
desiderio di crescere e arricchirsi e le reali condizioni di estrema indigenza
di quanti quel sogno contribuiscono a consolidare e realizzare, sembrano ora
essersi “evoluti”, diventando strade e vicoli di una delle città più
chiacchierate e controverse del mondo. Ma la miseria, folle a dirsi, non si è
modificata di molto. E se imbracciare un’arma non è mai, ovviamente, una
soluzione, è forse ancor meno utile giudicare chi, trovandosi alla
disperazione, sragioni, comportandosi di conseguenza.
La famiglia Joad al centro di Furore, famiglia di carta ma fortemente ispirata dall’esperienza
diretta del proprio creatore, gode l’immensa fortuna di dirci addio ben prima
di perdere la grande umanità e lucidità di cui è capace per tutto il libro, recuperando
addirittura quel poco diluitosi a causa di una gravidanza dagli esiti tragici,
in un panorama sconsolato di ex proprietari terrieri o mezzadri ormai
trasformatisi in bestie. Tutt’intorno, il povero ridotto allo stremo azzanna il
suo simile, nell’inutile e disperato tentativo di afferrare lo scampolo di
sogno americano a lui concesso, un pezzo di pane, anziché rivolgere la propria
rabbia contro l’avidità e la noncuranza di chi lo illude con un misero lavoro
stagionale. Suona familiare, vero?
Sono sicura che, a
questo punto, il Virgilio si sarebbe lasciato sfuggire un appunto degno del
suo mentore, Joseph Campbell,
ricordando come l’Artista sia l’essere umano capace di precorrere i tempi e
predire gli (eventuali) cambiamenti. Steinbeck, dal canto suo, indissolubilmente
e ostinatamente legato al proprio presente, forse non avrebbe gradito granché
il complimento, lasciando tuttavia a noi lettori la responsabilità — civile,
prima ancora che culturale — di decidere da che parte stare.
E.M.
E.M.