Vivere a Santa Monica
dà spesso l’impressione, piacevole e ambigua insieme, d’essere sospesi nel
tempo, in cerca di un varco multidimensionale attraverso cui spostarsi dai
colori vividi del sole e del mare al bianco e nero più contrastato, e
viceversa.
Complici la nebbia
che sale d’improvviso, immergendo l’ignaro passante in un’atmosfera stregata
dall’aria rarefatta nella quale tutto sembra poter accadere, e alcuni dettagli
architettonici innegabilmente legati a un passato di celluloide, ci si ritrova
a indossare abiti da cocktail e sbornie da primati, caracollando per la distesa
di sabbia che dall’area losangelina accompagna il viaggiatore per un
lunghissimo tratto di strada.
Girandosi a scrutare
frettolosamente lo spazio dietro di sé, si avrebbe ora la certezza pressoché
assoluta di poter individuare occhi nell’ombra, impegnati a registrare
fedelmente mosse da riportarsi poi su un taccuino indirizzato a mandanti
misteriosi. L’insegna indiscutibilmente rétro del molo e la presenza, talvolta
inquietante, dello Hippodrome, il parco di divertimenti a picco sull’oceano,
farebbero il resto.
Sarebbe sufficiente curiosare
tra le lunghe passerelle di legno a sostegno delle diverse giostre in una
mattina di (relativa) calma, lontano da podisti ipercinetici e da bagnanti
chiassosi, infatti, per cogliere fino in fondo le brume della Bay City
descritta da Chandler: un soffio, forse uno spiffero odoroso di muffa, e ci si
ritroverebbe sul dorso di un cavallo di legno, a galoppare su e giù e su e giù in
mezzo a mostri e fenomeni da baraccone come solo le leggende ispirate a luoghi
simili possono raccontare.
Tutto sarebbe di
colpo bianco e nero accecante e sgranato, mentre un tentativo di fuga verso
climi meno grevi, sempre che di climi grevi qui si tratti, tuttavia, potrebbe
non avere l’esito sperato.
Se ci si fermasse,
per esempio, a cercare rifugio in una delle camere vuote del Cabrillo Inn a
Santa Barbara, ci si ritroverebbe facilmente intrappolati in un’atmosfera
simile, forse appena più moderna, fatta di ballatoi, tetti spioventi,
ombrelloni, lettini e terrazze a mare catapultati sul bordo della 101 da un
misterioso set cinematografico degli anni ’50, ambientato in una qualche
sinistra località di villeggiatura.
L’istinto del
viandante suggerirebbe a questo punto un brusco cambiamento di piani, una
veloce dipartita alla volta di un’aria più leggera e vivificante, ma
l’innegabile fascino esercitato dalle assi su cui La Storia e tante storie si
sono avvicendate, costringerebbe piuttosto il turista inebriato e confuso a
poggiare il proprio bagaglio nei pressi del tipico letto dalle grandezze
stravaganti e a armeggiare intorno all’intramontabile macchinetta da caffè, sistemata
con apparente incuria su una scrivania di fortuna a ridosso della carta da
parati sbiadita e scollata.
Col calare della
notte, che qui scende quasi imprevista mangiandosi i gabbiani, la strada, la spiaggia
e l’orizzonte intero, tuttavia, il pensionante, ancora sbalordito della propria
decisione di restare, si barricherebbe cautamente in camera, irrequieto al solo
ricordo delle attenzioni sospette riservategli dal portiere dalla faccia poco
raccomandabile.
Ogni rumore, perfino
il vagito di un neonato qualche metro più in là, sarebbe ora motivo di angoscia
e ansia, che solo la stanchezza per le troppe emozioni e per il lungo
peregrinare saprebbe cancellare o, forse, semplicemente rimandare all’indomani,
al cospetto, cioè, di un nuovo giorno colorato di chiaro, pronto a domandare
ragione davanti alla porta d’ingresso chiusa ermeticamente, anzi sprangata.
E.M.