giovedì 20 settembre 2012

Notizie da Lilliput 20: Quai des brumes




Vivere a Santa Monica dà spesso l’impressione, piacevole e ambigua insieme, d’essere sospesi nel tempo, in cerca di un varco multidimensionale attraverso cui spostarsi dai colori vividi del sole e del mare al bianco e nero più contrastato, e viceversa.

Complici la nebbia che sale d’improvviso, immergendo l’ignaro passante in un’atmosfera stregata dall’aria rarefatta nella quale tutto sembra poter accadere, e alcuni dettagli architettonici innegabilmente legati a un passato di celluloide, ci si ritrova a indossare abiti da cocktail e sbornie da primati, caracollando per la distesa di sabbia che dall’area losangelina accompagna il viaggiatore per un lunghissimo tratto di strada.

Girandosi a scrutare frettolosamente lo spazio dietro di sé, si avrebbe ora la certezza pressoché assoluta di poter individuare occhi nell’ombra, impegnati a registrare fedelmente mosse da riportarsi poi su un taccuino indirizzato a mandanti misteriosi. L’insegna indiscutibilmente rétro del molo e la presenza, talvolta inquietante, dello Hippodrome, il parco di divertimenti a picco sull’oceano, farebbero il resto.

Sarebbe sufficiente curiosare tra le lunghe passerelle di legno a sostegno delle diverse giostre in una mattina di (relativa) calma, lontano da podisti ipercinetici e da bagnanti chiassosi, infatti, per cogliere fino in fondo le brume della Bay City descritta da Chandler: un soffio, forse uno spiffero odoroso di muffa, e ci si ritroverebbe sul dorso di un cavallo di legno, a galoppare su e giù e su e giù in mezzo a mostri e fenomeni da baraccone come solo le leggende ispirate a luoghi simili possono raccontare.

Tutto sarebbe di colpo bianco e nero accecante e sgranato, mentre un tentativo di fuga verso climi meno grevi, sempre che di climi grevi qui si tratti, tuttavia, potrebbe non avere l’esito sperato.

Se ci si fermasse, per esempio, a cercare rifugio in una delle camere vuote del Cabrillo Inn a Santa Barbara, ci si ritroverebbe facilmente intrappolati in un’atmosfera simile, forse appena più moderna, fatta di ballatoi, tetti spioventi, ombrelloni, lettini e terrazze a mare catapultati sul bordo della 101 da un misterioso set cinematografico degli anni ’50, ambientato in una qualche sinistra località di villeggiatura.

L’istinto del viandante suggerirebbe a questo punto un brusco cambiamento di piani, una veloce dipartita alla volta di un’aria più leggera e vivificante, ma l’innegabile fascino esercitato dalle assi su cui La Storia e tante storie si sono avvicendate, costringerebbe piuttosto il turista inebriato e confuso a poggiare il proprio bagaglio nei pressi del tipico letto dalle grandezze stravaganti e a armeggiare intorno all’intramontabile macchinetta da caffè, sistemata con apparente incuria su una scrivania di fortuna a ridosso della carta da parati sbiadita e scollata.

Col calare della notte, che qui scende quasi imprevista mangiandosi i gabbiani, la strada, la spiaggia e l’orizzonte intero, tuttavia, il pensionante, ancora sbalordito della propria decisione di restare, si barricherebbe cautamente in camera, irrequieto al solo ricordo delle attenzioni sospette riservategli dal portiere dalla faccia poco raccomandabile.

Ogni rumore, perfino il vagito di un neonato qualche metro più in là, sarebbe ora motivo di angoscia e ansia, che solo la stanchezza per le troppe emozioni e per il lungo peregrinare saprebbe cancellare o, forse, semplicemente rimandare all’indomani, al cospetto, cioè, di un nuovo giorno colorato di chiaro, pronto a domandare ragione davanti alla porta d’ingresso chiusa ermeticamente, anzi sprangata.

E.M.