Di giorno preferiscono
nascondersi in casette circondate da staccionate di legno bianche a proteggere
giardini curati, sui cui salici piangenti gli scoiattoli confabulano
animatamente senza sosta; di notte, invece, quando tutto il resto è quiete,
osano uscire dai propri rifugi accoglienti, per andare a divertirsi.
Alla guida di macchine
anonime — alle fate piace giocare a nascondino — solitamente a gruppetti di due
o tre, muovono verso gli abituali luoghi di ritrovo, nei quali elfi, gnomi e
folletti aspettano pazientemente da tempo di ricongiungersi con quelle gradite
compagne, le cui voci argentite, di lì a poco, riecheggeranno su pareti e
soffitti, portoni e vetrate. Allora, e solo allora, i vetri tintinneranno, i
volti si infiammeranno, il brusio diventerà musica e l’attesa si farà festa.
Soddisfatto il proprio desiderio
di svago, le fate, curiose del mondo e delle sue meraviglie, migrano altrove,
verso spazi dell’anima in cui sentirsi appagate e complete. E le gallerie
d’arte — tante, tantissime in città — rappresentano la meta privilegiata di
questo nuovo slancio, di questa nuova ricerca.
Qua si danno convegno a
caccia di storie, a caccia di idee. Perché le fate, al riparo da sguardi
indiscreti, modellano e dipingono, compongono e scrivono, recitano e cantano.
Anticonformiste come poche,
disdegnano i nomi importanti, le firme illustri, convinte di poter trovare
l’ispirazione adeguata alla propria, traboccante, creatività, solo in locali
angusti, ma pieni di passione; locali che si distinguono a malapena da un
normale negozio di quartiere; locali privi di tappeto rosso e coppe di
champagne; locali nei quali presentarsi vestite a seconda dell’umore, di
stracci o di lamé, ché qui ciò che conta è dentro, non fuori.
L’inaugurazione di una mostra
è, di gran lunga, l’evento più atteso e sospirato da queste creature di ogni
età e estrazione sociale. Perché dà loro modo di osservare, ascoltare,
confrontarsi e criticare i lavori di qualche consorella di cui da molto si
siano perse le tracce. E dunque è l’occasione ideale per tessere trame,
ricucire rapporti.
L’atmosfera che così viene a
crearsi ha un che di sospeso, di incantato: le fate compaiono d’improvviso
sull’uscio, con il loro carico di aspettative e certezze. Lo sguardo attento e
incoraggiante, studiano l’atmosfera, scrutano i visi: quando capita loro di
riconoscerne uno amico, i tratti si distendono, la bocca si schiude. E le
parole, miste alle risa, volano ora da un angolo all’altro, da una nicchia
all’altra, scansando sculture, superando dipinti, ignorando cataloghi. Sopra le
teste, sopra i cuori e sopra le aspirazioni dei convenuti di ogni luogo e di
ogni tempo.
E.M., Santa Monica
E.M., Santa Monica
