venerdì 15 febbraio 2013

Notizie da Lilliput 75: Il posto delle fate

A Venice abitano le fate.
Di giorno preferiscono nascondersi in casette circondate da staccionate di legno bianche a proteggere giardini curati, sui cui salici piangenti gli scoiattoli confabulano animatamente senza sosta; di notte, invece, quando tutto il resto è quiete, osano uscire dai propri rifugi accoglienti, per andare a divertirsi.

Alla guida di macchine anonime — alle fate piace giocare a nascondino — solitamente a gruppetti di due o tre, muovono verso gli abituali luoghi di ritrovo, nei quali elfi, gnomi e folletti aspettano pazientemente da tempo di ricongiungersi con quelle gradite compagne, le cui voci argentite, di lì a poco, riecheggeranno su pareti e soffitti, portoni e vetrate. Allora, e solo allora, i vetri tintinneranno, i volti si infiammeranno, il brusio diventerà musica e l’attesa si farà festa.

Soddisfatto il proprio desiderio di svago, le fate, curiose del mondo e delle sue meraviglie, migrano altrove, verso spazi dell’anima in cui sentirsi appagate e complete. E le gallerie d’arte — tante, tantissime in città — rappresentano la meta privilegiata di questo nuovo slancio, di questa nuova ricerca.

Qua si danno convegno a caccia di storie, a caccia di idee. Perché le fate, al riparo da sguardi indiscreti, modellano e dipingono, compongono e scrivono, recitano e cantano.

Anticonformiste come poche, disdegnano i nomi importanti, le firme illustri, convinte di poter trovare l’ispirazione adeguata alla propria, traboccante, creatività, solo in locali angusti, ma pieni di passione; locali che si distinguono a malapena da un normale negozio di quartiere; locali privi di tappeto rosso e coppe di champagne; locali nei quali presentarsi vestite a seconda dell’umore, di stracci o di lamé, ché qui ciò che conta è dentro, non fuori.

L’inaugurazione di una mostra è, di gran lunga, l’evento più atteso e sospirato da queste creature di ogni età e estrazione sociale. Perché dà loro modo di osservare, ascoltare, confrontarsi e criticare i lavori di qualche consorella di cui da molto si siano perse le tracce. E dunque è l’occasione ideale per tessere trame, ricucire rapporti.

L’atmosfera che così viene a crearsi ha un che di sospeso, di incantato: le fate compaiono d’improvviso sull’uscio, con il loro carico di aspettative e certezze. Lo sguardo attento e incoraggiante, studiano l’atmosfera, scrutano i visi: quando capita loro di riconoscerne uno amico, i tratti si distendono, la bocca si schiude. E le parole, miste alle risa, volano ora da un angolo all’altro, da una nicchia all’altra, scansando sculture, superando dipinti, ignorando cataloghi. Sopra le teste, sopra i cuori e sopra le aspirazioni dei convenuti di ogni luogo e di ogni tempo.

E.M., Santa Monica