
Nel chiuso di edifici
caratterizzati da linee dritte e severe, eredi privilegiati della ricerca estetica
degli anni ’40, siedono e parlano, ragionano e decidono donne e uomini
indissolubilmente legati al destino architettonico della città di Santa Monica.
Isolati dal resto del mondo
da un prato, verde intenso in qualsiasi stagione dell’anno ci si trovi, quelle
donne e quegli uomini, ispirati forse dall’ideatore del palazzo municipale nel
quale si ritrovano giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, legiferano
intorno alle bellezze da preservare e alle costruzioni da promuovere, alle
strutture da erigere e alle aree da occupare, in accordo con la sensibilità e
il gusto personali.
La costruzione che li ospita,
del resto, sembra essa stessa uscita da qualche rivista specializzata o, meglio
ancora, da qualche filmato d’epoca: il suo corpo semplice, bianco abbacinante dai profili blu oltremare, parallelo alla strada sulla quale si affaccia, è impreziosito da
un mosaico policromo e dall’indicazione city
hall, sovrastante l’ampia vetrata d’ingresso, che rivelano, all’occhio
vigile del passante, echi esotici di tempi e luoghi lontani.
Tempi in cui ci si riposava
lungo i bordi di una piscina termale nel sud della Francia al suono,
leggermente gracchiante, di un sassofono impegnato a sussurrare confidenze di caffè neri e lune blu; tempi in cui ragtime e foxtrot erano parole d’uso
comune, portatrici di euforia e trasgressione; tempi in cui i costumi da bagno
proteggevano passioni e pulsioni; tempi in cui le collane erano lunghe e
sottili intorno ai colli eleganti delle attrici e delle ballerine, mentre i
bocchini rilasciavano volute di fumo tra i capelli tagliati corti e le tiare di
piume e pietre preziose.
Inevitabilmente, dunque, per
una città che di cinema ha vissuto e si è a lungo nutrita, tracce evidenti e evocative
di quel passato in bianco e nero sono rimaste nel tessuto urbano, sottolineate,
citate, moltiplicate tante, infinite volte: nelle finestre e nelle porte, nelle
pareti e nei muri, nei giardini e nelle corti.
Tutt’intorno, intanto, i
quartieri si sono espansi e modificati, inglobando altre suggestioni e altri
linguaggi: modernismo e contemporaneità hanno imparato a convivere con archi e
merli ispanici; assi di legno coloratissimo hanno iniziato a alternarsi a acciaio
e a vetro, rigorosissimi nella loro efficiente nudità; tendine di pizzo immacolato
e cuoricini intagliati hanno potuto bilanciare la diffusa
neutralità delle veneziane, larghe o strette, lunghe o corte; mentre nani e
girandole, sedie e tavoli da esterni hanno continuato a occhieggiare oltre le
case, seminascosti da palme o salici, siepi o fiori.
Quasi che gli dèi
dell’architettura e del buon gusto abbiano deciso di abitare qui, in un posto,
cioè, che permetta loro di respirare e sospendere, almeno per un poco, le
tribolazioni costanti, figlie della mancanza di sensibilità e finezza dei
comuni mortali. Che, forse, all’esempio di Santa Monica dovrebbero rifarsi, di
quando in quando.
E.M., Santa Monica