Quasi rispondessero a
un richiamo irresistibile, o seguissero una legge di natura immutabile, le
coste della California, dolci e piane nei dintorni di Los Angeles, crescono in
altezza e ripidezza quanto più ci si spinge a nord, in direzione di San Francisco.
È sufficiente
distrarsi per qualche miglio, magari incuriositi dalla presenza di dune
misteriose che spuntano all’improvviso sul dorso delle alture di fianco, per
notare inaspettatamente crinali scoscesi e spiagge di difficile accesso.
Dall’oceano spumoso affiorano
scogli mastodontici, capaci, alla lunga, di ingannare l’occhio stupito del
viaggiatore, assumendo forme vaghe di balene immobili contro il fragore e la
violenza dei flutti biancastri.
La linea
dell’orizzonte, fino a qualche attimo prima nitida e tagliente come una lama, sembra
ora un ammasso incerto di nebbia filamentosa, un’imitazione angosciante dell’andatura
impazzita di cavalli al galoppo.
Il cielo, agli inizi
del tragitto terso e cristallino, si è andato picchiettando di nuvole in ordine
sparso e composizione fantasiosa che adesso riempiono di sé ogni angolo di
azzurro disponibile, richiamando in tal modo la massa d’acqua sottostante.
Raggi improvvisi di
sole si aprono a fatica un varco nell’aria spessa, striando il panorama di
citazioni bibliche, imprimendoglisi a forza come messaggi salvifici o immagini chiliastiche.
Ai bordi
dell’autostrada si fanno sempre più frequenti fienili dalle linee essenziali
riconvertiti in chiese: evangeliche, battiste, episcopali. Le loro insegne
discrete, una croce e poche parole, contribuiscono all’impressione di irrealtà
che si respira tutt’intorno.
Eppure basta proseguire
di poco, e raggiungere la striscia sinuosa di Big Sur, perché nuove costruzioni
e diverse atmosfere si presentino discretamente sulla scena.
È ora il turno di
decine e decine di cassette postali disseminate lungo le carreggiate; di case
eleganti al di là di cancelli nemici di sguardi indiscreti e intenzioni
sospette; di minuscole gallerie d’arte caparbiamente saldate ai piedi di
montagne ingentilite da sequoie rossicce.
Qualche ristorante a
cinque stelle domina sfrontatamente il promontorio, affacciandoglisi sopra con
studiata noncuranza; mentre localini dalle sembianze zen rivelano interni fatti
di assi di bambù e musica anni ‘20.
Ma intanto, fra una
curva e l’altra, è calata la notte, più veloce qui
che da qualsiasi altra parte della terra, e perciò è bene fermarsi e riposare,
in attesa del nuovo giorno e delle sue promesse.
E.M., Big Sur