La nebbia avvolge il
pomeriggio di Encinitas con metodicità certosina e con un tocco delicato e
soffice.
Le sue folate lanuginose si
stendono, velo dopo velo, a coprire l’oceano a ovest e la città vecchia a est, a
nascondere i giardini di Paramahansa Yogananda a sud e il resto della
California a nord.
La si sente frullare
nell’aria, insieme ai rari uccelli tanto coraggiosi da attraversare il cielo improvvisamente
venuto a mancare, mentre, pensierosa, spande centinaia e migliaia di minuscole
gocce pungenti sui visi, sui camini, sui muri.
D’un tratto, da un
marciapiede all’altro, da un negozio all’altro, non si distinguono più figure
certe, non si riconoscono più contorni sicuri; e il panorama tutto si perde nei
confini indistinti della fantasticheria, nelle steppe sfuggenti dell’illusione.
Uomini, animali e cose
fluttuano ora in una dimensione parallela, inebriandosi della sensazione
ritrovata di totale abbandono, di estrema libertà, dai vincoli sociali, dai
legami spaziali, dagli obblighi temporali.
Leggeri come piume, si
muovono danzando, tracciando al contempo disegni misteriosi e antichi nei vuoti
invisibili formatisi silenziosamente tra di loro.
In lontananza, in prossimità
di binari spettrali immersi nel bianco opaco della bruma, si sente, imperioso,
il fischio di un treno, arrivato inaspettatamente a lacerare con intento
salvifico la compatta uniformità dell’orizzonte.
Col passare dei minuti, delle
ore, la foschia inizia a penetrare gli usci e i cuori, le pareti e le coscienze,
al pari di una malia sottile, al pari di un sortilegio pericoloso.
Al riparo di una caffetteria,
oltre i vetri appannati che riflettono la trama cotonosa all’esterno, ci si può
concedere allora un attimo di riposo e, con una bevanda calda tra le mani, ricominciare
a respirare dopo la prolungata apnea.
La pausa, tuttavia, non dura
molto: il richiamo della natura e dei suoi segreti poco dopo si infila nei vani
delle porte, bussando agli intestini, circuendo le menti, confondendo i sensi;
obbligando a una scelta, spingendo a una decisione.
La nebbia, infatti, non tollera
distrazioni, non accetta compromessi: pretende rispetto e attenzione; reclama
affetto e benevolenza; ricambiando, munifica, con i suoi doni speciali e le sue
benedizioni.
Che basta un alito ottuso di
vento a disperdere, impotente, con un soffio.
E.M., Carlsbad
