I profumi di SantaMonica si spandono nell’aria in maniera inaspettata e con un guizzo furbesco,
che, anziché irritare, è guardato con indulgenza dal pedone, è accettato con
simpatia dal passante.
Capita, infatti,
quando meno ce lo si aspetta, che i nasi vengano solleticati da una fragranza
primaverile sotto i tiepidi raggi del sole invernale; che i nasi vengano
colpiti da un aroma inusuale, dichiaratamente fuori stagione.
Arrivata chissà da
dove, questa diversa composizione di particelle, questa imprevista ondata di
vitalità e buon umore, pervade menti e corpi, spiriti e arti, suggerendo
immagini sepolte nella memoria, ricordando frammenti di vite passate.
La testa gira e i
pensieri turbinano, alla ricerca di un ritmo comune, di un respiro unico da
concordare con le narici, ormai tutte un fremito, tutte un mormorio, tutte uno
squittio di felicità.
In un attimo, le case
scompaiono all’orizzonte, il marciapiede si fa palcoscenico del mondo e
immediatamente ci si ritrova catapultati in centinaia, in migliaia di posti
lontani nel medesimo istante.
Posti non
necessariamente già esplorati, strade non necessariamente già battute.
A sinistra ci si
sporge sulle rive della Senna, a sbirciare nelle sue acque scure; a destra si
cincischia tra le bancarelle di un mercatino tedesco, a curiosare tra la sua
frutta e la sua verdura di stagione, tra le sue note di volta in volta aspre o
dolci, delicate o persistenti.
Davanti a sé si ha la
visione dei banchi di scuola in un pigro pomeriggio di fine aprile, quando il
tepore si insinua tra l’intonaco scrostato dei muri o viaggia mischiandosi agli
spifferi nei corridori.
Alle proprie spalle,
invece, sembra di sentire le voci dei compagni di giochi di tanti anni prima.
Voci riposte nei cassetti con le maglie troppo corte, voci appese ordinatamente
negli armadi con gli abiti troppo stretti, che adesso, richiamate in vita dalle
erbe aromatiche e dalle piante lussureggianti, sperano in orecchie desiderose
di riascoltarle, in cuori disposti a capirle.
Al pari di un
segugio, ci si arrende placidamente agli stimoli provenienti da più parti:
dalle finestre aperte delle case e dei palazzi, dai giardini perennemente in
fiore, dai parchi pubblici, dalle cucine dei ristoranti e dei caffè.
Al pari di un segugio,
ci si lascia inebriare, muovendo distrattamente i piedi, procedendo tentoni:
perché il luogo segreto dell’io si è ormai crepato, perché è giunto il momento
di farlo arieggiare, tra i sacchetti di lavanda e le tende fresche di bucato.
E.M., Santa Monica
