Nonostante il sole
già alto in cielo, all’interno del locale si gode della piacevole temperatura
dell’aria condizionata.
Le finestre dai
grandi vetri quadrati, affacciate su Montana Avenue, cercano di osteggiare i
raggi abbacinanti ricorrendo a scure tende a rullo abbassate quanto possibile,
a proteggere pensieri e parole, quesiti e asserzioni.
Fin dalle prime luci
dell’alba, il Groundwork Café, ultima acquisizione, in ordine temporale,
dell’elegante quartiere, serve tè e tisane, caffè e cappuccini con polso fermo
e piglio gioviale.
Operai dai visi
aperti e dagli accenti ispanici vi hanno lavorato incessantemente, giorno dopo
giorno, settimana dopo settimana, fino a poco prima di Natale, fino a quando,
cioè, giovani in abiti sportivi hanno iniziato a offrire, la domenica mattina,
bevande e pasticcini gratuiti ai passanti incuriositi.
Inutile dire che, da
quel momento in poi, la popolarità del nuovo punto di ritrovo non ha conosciuto
attimi di incertezza.
Pareti grigie dalle
superfici irregolari, pavimenti trascurati a regola d’arte, graffiati e
scrostati come in un vecchio appartamento in fase di ristrutturazione,
accolgono il visitatore, mostrandogli, di quando in quando, il loro vero volto,
un volto finto povero, un volto da intellettuale eccessivamente compreso nel
proprio ruolo.
Grasse lampadine a
vista, bulbi oculari di dimensioni abnormi, pendono con noncuranza dal soffitto
color carta da zucchero, dondolando ritmicamente dentro gabbie di ferro dai
vaghi accenti sadomasochistici.
Pochi tavolini di
legno, il ripiano grezzo e le gambe malferme, punteggiano lo spazio riservato
alla clientela, accompagnati da sedie con lo schienale ingessato e i braccioli
confortevoli.
Famigliole di piante
grasse, contenute in vasetti dipinti a mano o in tazze di ceramica,
abbelliscono l’ambiente, suggerendo panorami desertici e tramonti infuocati.
Le facce tirate dei
camerieri, intanto, al lavoro oggi come sempre dalle cinque del mattino, si
sono progressivamente svegliate, trasmettendo alle mani e alle bocche
scioltezza e rapidità, affabilità e simpatia.
L’atmosfera
sonnacchiosa si è andata trasformando, di minuto in minuto, di ora in ora, in
un guazzabuglio vitale di ordini impartiti e di richieste avanzate, di delizie mangiate
e di miscele bevute.
Mentre l’aria,
silenziosa e attonita all’inizio, risuona adesso del ticchettio frenetico di
decine di dita sulle tastiere e dell’abbaiare furioso di un cane di piccola
taglia, dei sussurri discreti di una coppia di sceneggiatrici e delle risate di
due amiche, incontratesi finalmente dopo un’attesa troppo lunga.
E.M., Santa Monica