A Big Bear Lake
sembra che il tempo, come lo si è sempre conosciuto e percepito, si sia in
qualche modo fermato, cristallizzato nell’attimo in cui la scorsa estate ha
ceduto, controvoglia, il passo all’autunno.
Accidente del quale
si possa dimenticare l’esistenza, vuoto argomento di conversazione davanti a
sconosciuti nei confronti dei quali si provi un qualche obbligo sociale, da
queste parti il tempo, meteorologico e cronologico, logico e metafisico, non riveste, almeno in apparenza,
significato alcuno.
Non fosse per la neve
che, da un certo punto in poi, accompagna il viaggiatore nel suo percorso verso
il piccolo centro della Contea di San Bernardino, non ci si accorgerebbe quasi del
clima non ancora primaverile e dell’inesorabile trasformarsi dei giorni in
settimane, in mesi, in anni.
Sui marciapiedi e
agli angoli delle vie, nelle piazze e a ridosso dei centri commerciali dai
tratti alpestri, infatti, accanto alle mille e mille statue di orsi di ogni
forma e dimensione, si riconoscono i segni, inconfondibili, dell’ottimismo
della volontà.
Magliettine
striminzite a invocare temperature più clementi dei quattordici gradi del
periodo; pantaloncini al ginocchio a alludere a attività sportive diverse da
quelle per le quali la zona è celebre; infradito baldanzose a pretendere sabbia
e oceano anziché brina e gelo.
Tornare da queste
parti dopo la lunga pausa invernale, guidando per poco più di due ore lungo autostrade
che, da roventi e accomodanti, si fanno via via filiformi e fredde, lascia
piacevolmente sbigottiti, irrimediabilmente affascinati: per il coraggio testardo
degli abitanti, per la loro risoluta indifferenza.
Poco importa che le
cime delle montagne, spruzzate di bianco, raccontino storie diverse, fatte di
animali del bosco in cerca di cibo e di baite dai camini accesi, di bastoni da
passeggio profumati di pino e di tute per lo sci dai colori sgargianti.
Né si dia ascolto ai
cumuli di ghiaccio grigiastro, scolpiti in forme bizzarre, in rassegnata attesa
del compiersi del proprio destino: è l’invidia per il candore immacolato, che
ancora ricopre il paesaggio circostante, a farli blaterare incessantemente ai
margini della serpeggiante striscia d’asfalto.
Perché le ghiandaie abbelliscono
col loro piumaggio elegante i sentieri del bosco e i rami degli alberi, e decine,
centinaia di loro simili, fratelli, cugini, compagni, volano senza sosta da una
roccia all’altra, da un tronco all’altro: pronti a annunciare una volta di più,
al pari degli esseri umani con cui condividono il territorio, un diverso
sentire, una nuova stagione.
E.M., Big Bear Lake