Percorrere le strade
di Beverly Hills dopo il calare del sole è come intrufolarsi in un teatro per
la porta di servizio, a spiare il palco e la platea quando ormai tutto è buio e
vuoto.
Quella sensazione è
ulteriormente accentuata nel caso si provenga dal vivace Wilshire Boulevard
che, tra vetrine chiassose e locali affollati, riempie gli occhi e il cuore di
suoni e di colori.
Una manciata di
chilometri più a est, invece, ci si ritrova all’improvviso in una diversa
dimensione: lunghi viali poco trafficati, eleganti comprensori, qualche
edificio divenuto, col tempo, di importanza storica, accompagnano il visitatore
che abbia voluto avventurarsi in zona dopo il tramonto.
Al di là di prati
immensi e perfettamente rasati, si intuiscono le sagome di ville e magioni (di
attori e di produttori, di milionari vecchio stampo e di ricchi di nuova
nomina), ingombre di lampadari scintillanti e di pavimenti marmorei, stagliarsi
nel nero della notte sceso a proteggerle, come sempre, da sguardi indiscreti e da
parole invidiose.
I quartieri poco
distanti, meta privilegiata di amanti dello shopping firmato e di turisti in
cerca di evasione dalla semplicità del quotidiano, si presentano desolatamente
vuoti e tristi, come dopo un evento naturale di dimensioni eccezionali sopraggiunto
a spazzare via il commercio e la vita da quei marciapiedi impeccabili.
E così, dall’abitacolo
della macchina, ci si sporge quanto più possibile, lungo corsie completamente
sgombre, a caccia di elementi scenografici tipici di una produzione
cinematografica o di un allestimento teatrale.
È straordinariamente
difficile, infatti, arrendersi all’evidenza: che dentro quelle palme, alte e
filiformi, non si nascondano congegni meccanici; che oltre gli ingressi dei
negozi di lusso, maestosi e impeccabili, non ci siano altro che travi oblique a
sorreggerne le facciate posticce; che i cartelli stradali tra i più famosi e
sussurrati al mondo non si limitino a indicare il percorso più veloce ai
camerini del cast o ai mezzi della troupe.
Perché, ora più che
mai, tutto, a Rodeo Drive, sa di fasullo, sa di artefatto: i timpani che
giganteggiano sui portoni, le colonne che appesantiscono gli usci, i festoni e
gli stucchi che si ripetono mille e mille volte negli scorci così simili a un
angolo di Capri o a un balenio di Parigi.
Eppure,
inspiegabilmente, la vista, al pari degli altri sensi, è attratta da ogni singolo
dettaglio architettonico, è rapita da ogni singolo elemento decorativo:
sospendendo il giudizio, nella spietata luce del giorno indubbiamente negativo,
si pasce, al contrario, dell’aura stregata che registra intorno a sé, capace di
proiettare anche la mente più rigorosa in un altrove di ricordi e di immagini,
di fotogrammi e di sogni.
E.M., Santa Monica
