mercoledì 19 marzo 2014

Notizie da Lilliput 185: Beverly Hills streets giorno e notte

Percorrere le strade di Beverly Hills dopo il calare del sole è come intrufolarsi in un teatro per la porta di servizio, a spiare il palco e la platea quando ormai tutto è buio e vuoto.

Quella sensazione è ulteriormente accentuata nel caso si provenga dal vivace Wilshire Boulevard che, tra vetrine chiassose e locali affollati, riempie gli occhi e il cuore di suoni e di colori.

Una manciata di chilometri più a est, invece, ci si ritrova all’improvviso in una diversa dimensione: lunghi viali poco trafficati, eleganti comprensori, qualche edificio divenuto, col tempo, di importanza storica, accompagnano il visitatore che abbia voluto avventurarsi in zona dopo il tramonto.

Al di là di prati immensi e perfettamente rasati, si intuiscono le sagome di ville e magioni (di attori e di produttori, di milionari vecchio stampo e di ricchi di nuova nomina), ingombre di lampadari scintillanti e di pavimenti marmorei, stagliarsi nel nero della notte sceso a proteggerle, come sempre, da sguardi indiscreti e da parole invidiose.

I quartieri poco distanti, meta privilegiata di amanti dello shopping firmato e di turisti in cerca di evasione dalla semplicità del quotidiano, si presentano desolatamente vuoti e tristi, come dopo un evento naturale di dimensioni eccezionali sopraggiunto a spazzare via il commercio e la vita da quei marciapiedi impeccabili.

E così, dall’abitacolo della macchina, ci si sporge quanto più possibile, lungo corsie completamente sgombre, a caccia di elementi scenografici tipici di una produzione cinematografica o di un allestimento teatrale.

È straordinariamente difficile, infatti, arrendersi all’evidenza: che dentro quelle palme, alte e filiformi, non si nascondano congegni meccanici; che oltre gli ingressi dei negozi di lusso, maestosi e impeccabili, non ci siano altro che travi oblique a sorreggerne le facciate posticce; che i cartelli stradali tra i più famosi e sussurrati al mondo non si limitino a indicare il percorso più veloce ai camerini del cast o ai mezzi della troupe.

Perché, ora più che mai, tutto, a Rodeo Drive, sa di fasullo, sa di artefatto: i timpani che giganteggiano sui portoni, le colonne che appesantiscono gli usci, i festoni e gli stucchi che si ripetono mille e mille volte negli scorci così simili a un angolo di Capri o a un balenio di Parigi.


Eppure, inspiegabilmente, la vista, al pari degli altri sensi, è attratta da ogni singolo dettaglio architettonico, è rapita da ogni singolo elemento decorativo: sospendendo il giudizio, nella spietata luce del giorno indubbiamente negativo, si pasce, al contrario, dell’aura stregata che registra intorno a sé, capace di proiettare anche la mente più rigorosa in un altrove di ricordi e di immagini, di fotogrammi e di sogni.

E.M., Santa Monica