Non sempre Beverly Hills esibisce l’anima ridanciana e cafona.
Non sempre Beverly
Hills ostenta ville mastodontiche e umori altalenanti.
Non sempre Beverly
Hills annoia con i suoi luoghi comuni abusati e irritanti.
Certe sere, Beverly
Hills rivela un cuore pulsante che attrae e affascina.
In simili occasioni,
il quartiere si ricompone, limitando i propri eccessi e esibendo case mono, al
più bifamiliari, al di là di cancelli discreti e di giardini curati, di cui
cani invisibili, al pari di una qualsiasi società di videosorveglianza, sono gli efficaci protettori.
In una di queste
abitazioni, mentre altrove ci si prepara a
affrontare il consueto pasto serale, si va consumando un cibo di diversa natura,
fatto di movimenti e di arresti, di domande e di risposte, di verità fisiche e
di realtà spirituali.
Qui, infatti, in un luogo
di luci soffuse e pavimenti di legno caldo e accogliente, i convenuti, di età
varia e sessi diversi, si spogliano delle abituali esistenze e personalità per diventare altro da sé, di fronte agli occhi increduli
di uno scrittore in crisi creativa.
L’incontro,
orchestrato in modo tale da suggerire al malcapitato regista-sceneggiatore un
plausibile corso degli eventi narrativi, di cui ha ormai perso la direzione, rivela
fin da subito una dimensione priva di confini spaziali e coordinate temporali: nell’aria
tutt’intorno si insinua, strisciante, la sensazione d’essere in presenza di uno
spettacolo magico, dai contorni sfilati.
Sette personaggi in
cerca d’autore si animano così in un panorama liquido, contrassegnato da lunghi
silenzi meditativi durante i quali i nuovi arrivati misurano l’ambiente ancora
sconosciuto, studiando i propri limiti senza badare a quelli altrui, in un
flusso di coscienza dagli esiti sempre imprevedibili.
Come in un quadro di
Hopper, gli atti del dramma si congelano in istantanee dai colori algidi e
eleganti, in cui gli improvvisati attori raccontano, quando interpellati, le
sensazioni provate in questo viaggio nell’ignoto, del quale nulla sapevano
prima di iniziare e che ora, grazie a un’interpretazione vibrante, si connota
di tonalità distinte e accattivanti.
Minuto dopo minuto,
ora dopo ora, una storia, a volte diversa, a volte straordinariamente simile
all’originale cartaceo, si dipana intorno al tono di voce, a tratti pacato, a
tratti concitato, che si leva da ogni angolo della sala, e che rivela, con il
suo andamento cadenzato, il ritmo stesso dell’intera serata.
Infine, come negli
spettacoli di prestidigitazione a seguito di un comando del sapiente
burattinaio, le parole pronunciate dal mistico direttore di scena riportano i
presenti alla cornice ordinaria, permettendo loro di rivestire, lentamente, i
panni e le nevrosi di sempre.
Mentre ovunque,
palpabile, si agita l’eccitazione d’aver contribuito a qualcosa di grande e
importante, sebbene, talvolta, non completamente inteso.
E.M., Santa Monica
