Il lungo Culver
Boulevard, interminabile viale d’accesso a Culver City, ala occidentale della
contea di Los Angeles, ha l’aspetto, solido e effimero insieme, di un immenso
set cinematografico all’aperto.
Percorrendolo nel suo
tratto iniziale, a ridosso della I-10, del resto, si offre quasi immediatamente
alla vista del viaggiatore l’albergo nel quale, sul finire degli anni ’30,
l’intera popolazione dei Munchkin soggiornava, durante le riprese del Mago di Oz, immersa in un’atmosfera
onirica di bevute e di mangiate, di golardia e di eccitazione.
L’edificio, con la
sua fisionomia curiosamente triangolare, ricorda uno dei tanti “ferri da stiro”
non originali disseminati per il paese: mattoni rossi e profili bianchi, si
erge graziosamente a guardia della città, equamente distribuendosi alla
confluenza di due strade, al pari del modello più famoso.
Poco oltre, è la
volta di una costruzione bassa, dagli echi lagunari, in cui, affacciata a una finestra
rinascimentale, pare scorgersi la figura dolente di Desdemona, disperatamente
alla ricerca dell’amato Otello.
Il quale, dal canto
suo, ha preferito dileguarsi a caccia di un bicchiere di vino francese, da
assaporare comodamente seduto a uno dei tavolini esterni del bistrot di
quartiere, un budello inequivocabilmente parigino, felicemente incassato in una
teoria bizzarra di ristoranti messicani e taverne italiane, di bar di illustri
catene e oscuri locali sconosciuti ai più.
L’elegante Washington
Building è ciò che tutti li racchiude e tutti li contiene: a metà tra palazzo
governativo e abitazione signorile del XIX secolo, esibisce con orgoglio i
propri tesori; la domenica specialmente, gremiti della clientela più varia.
Il marciapiede su cui
si affacciano gli ingressi secondari, tuttavia, racchiude una sorpresa in più,
tanto più gradita quanto meno scontata: una casa singola, un villino in legno
protetto da una semplice inferriata, si materializza d’improvviso, richiamando
alla mente pellicole in bianco e nero, noir e thriller dei giorni passati.
Al suo interno sembra
non esserci nessuno; nessuno, per l’esattezza, sembra più abitare lì da molto
tempo. La sua immagine, di colpo, si fa sbiadita, come appannata da una nebbia artificiale
prodotta da qualche misterioso macchinario invisibile all’occhio umano.
Mentre sullo sfondo,
di minuto in minuto sempre più teatrale e sempre meno terreno, iniziano a
delinearsi, ancora poco distinguibili a causa del lucore innaturale, figure di
fauni e di folletti, di fate e di troll, pronti a scalzare l’umanità
circostante per ricrearne una diversa, dagli accenti violentemente contrastati.
E.M., Santa Monica