Ogni tanto il
panorama rassicurante, fatto di caffetterie alla moda e negozietti di grido,
offerto da Montana Avenue, assume contorni soffocanti: gli occhi aspirano a osservare
nuove cose, le gambe desiderano sgranchirsi in nuove direzioni.
In un soffio, si è
pronti a varcare il limite invisibile della 16° strada per proseguire poi verso
est, verso Los Angeles, a caccia di avventura e in braccio all’Ignoto.
Dopo pochi attimi di
spaesamento (tutto, qua intorno, ha le sembianze rassicuranti del già visto: la
scuola elementare, le graziose villette, i prati curati, i lavori in corso),
tuttavia, la schiena è percorsa da un brivido di piacere inaspettato.
In corrispondenza
della 26° strada, infatti, a uno degli incroci più trafficati del quartiere, un
edificio di colore azzurro attira immancabilmente l’attenzione: è la scuola
d’arte che, con la sua promessa di armonia e bellezza, spezza il succedersi altrimenti
monotono, benché fattosi improvvisamente più rado, di palmeSUVcanidirazza.
Incuriositi dalla sua
bizzarra posizione, gli animi curiosi non mancheranno dunque di raggiungerlo,
evitando, altresì, di varcarne la soglia.
Qualcosa, al suo esterno,
ha fatto distogliere loro lo sguardo. Che, ora, si estende quanto più possibile
in direzione di Brentwood, luogo idealmente separato da Santa Monica eppure a
essa indissolubilmente legato.
I piedi, frementi
d’eccitazione, percorrono quindi il tragitto, tra steccati giapponesi e abitazioni
imponenti e lussuose, tra dettagli di gusto e statue da giardino di rara
bruttezza.
Una appresso
all’altra, sfilano Alta e Carlysle, Georgina e Marguerita: differenti ingressi
e differenti famiglie, stesso tenore (alto) di vita.
Ma di colpo
l’orizzonte si contrae, riducendosi a un singolare complesso edilizio. Un ampio
parcheggio si apre su un caseggiato leggermente sopraelevato rispetto al
marciapiede.
Assi in legno,
dipinte di bianco candido e rosso cupo, disegnano le sagome accattivanti di una
costruzione dai tratti antichi: un po’ casa in riva al mare, un po’ ranch da
Far West, l’elegante centro commerciale si offre, invitante, allo spettatore.
Un complicato sistema
di passerelle, degne del migliore stabilimento balneare dei tempi andati,
unisce le sue diverse aree; insegne e arredi di gusto rétro solleticano diabolicamente la curiosità; una giostra
ottocentesca gira all’infinito.
Mentre dietro ogni
angolo, sotto ogni tavolo, sopra ogni uscio, si nascondono, invisibili ai più,
le memorie gloriose dei giorni passati.
E.M., Santa Monica