giovedì 13 febbraio 2014

Notizie da Lilliput 168: Gita a Pacific Palisades

Certe mattine di nebbia fitta, inesplicabilmente formatasi all’improvviso a coprire i raggi caldi del sole invernale, Pacific Palisades è come un’intuizione al di là della cortina lanuginosa, un lampo oltre il manto compatto di grigio e di bianco.

Affacciata altezzosamente sull’oceano, condivide con la vicina Los Angeles un tratto di viale dal nome evocativo, Sunset Boulevard, e una propensione al lusso e alla distinzione sociale sapientemente dissimulate.

Protetto dalla mastodontica Villa Getty, abbarbicata sulla Pacific Coast Highway a vigile guardia dei suoi abitanti, il quartiere accoglie con un’aria un po’ distratta, manifestandosi inaspettatamente, dopo qualche curva e molte abitazioni di pregio, agli occhi ancora stupiti del visitatore occasionale.

Costruzioni basse, principalmente a uno o due piani, un piacevole miscuglio di stili di epoche disparate sulle facciate linde e curate, attirano discretamente l’attenzione su di sé, costellando ordinatamente il centro di caffetterie e di boutique, di banche e di uffici.

Pochi mezzi percorrono le sue arterie pressoché sgombre, suggerendo vasti spazi dai limiti indefiniti e dalle infinite possibilità.
Ampie aree di verde pubblico ingentiliscono il suo panorama, composto di steccati bianchi e di prati all’inglese, di cani educati e di bambini curiosi.

Eppure, a volte, a starci dentro, a camminarci per un po’, a immergersi nel reticolo di marciapiedi spazzati con cura e di soglie immacolate, si ha l’impressione d’essere sul set di un qualche film, in attesa del ciak che dia il via all’azione o dello stop che le ponga fine.

I passanti, compiti nel proprio ruolo di comparse quotidiane, ignorano con studiata maestria la cinepresa nascosta, riempiendo i vuoti di risate e di punti esclamativi, di domande e di asserzioni, e strizzandosi di quando in quando l’occhio, divertiti dall’evidente confusione affiorata sul volto del turista per caso.

Neonati dall’espressione seria e arzilli ultraottuagenari si affacciano di quando in quando sulla scena, magistralmente reclutati dall’invisibile regista, in un tentativo, perfettamente riuscito, di imitazione della realtà circostante.

Sullo sfondo, un incrocio dalle linee sobrie, qualche semaforo allampanato e una piazzetta dalle sembianze ristoratrici, a rimarcare la profonda somiglianza del luogo a migliaia di altri luoghi sparsi per il continente americano e, al contempo, la sua completa estraneità.


Che la nebbia, presto o tardi, finirà di inghiottire in un’elegante, e necessaria, dissolvenza.

E.M., Santa Monica