Certe mattine di nebbia
fitta, inesplicabilmente formatasi all’improvviso a coprire i raggi caldi del
sole invernale, Pacific Palisades è come un’intuizione al di là della cortina
lanuginosa, un lampo oltre il manto compatto di grigio e di bianco.
Affacciata altezzosamente
sull’oceano, condivide con la vicina Los Angeles un tratto di viale dal nome
evocativo, Sunset Boulevard, e una propensione al lusso e alla distinzione sociale
sapientemente dissimulate.
Protetto dalla mastodontica Villa Getty, abbarbicata sulla Pacific Coast Highway a vigile guardia dei suoi
abitanti, il quartiere accoglie con un’aria un po’ distratta, manifestandosi
inaspettatamente, dopo qualche curva e molte abitazioni di pregio, agli occhi
ancora stupiti del visitatore occasionale.
Costruzioni basse,
principalmente a uno o due piani, un piacevole miscuglio di stili di epoche
disparate sulle facciate linde e curate, attirano discretamente l’attenzione su
di sé, costellando ordinatamente il centro di caffetterie e di boutique, di
banche e di uffici.
Pochi mezzi percorrono le sue
arterie pressoché sgombre, suggerendo vasti spazi dai limiti indefiniti e dalle
infinite possibilità.
Ampie aree di verde pubblico
ingentiliscono il suo panorama, composto di steccati bianchi e di prati
all’inglese, di cani educati e di bambini curiosi.
Eppure, a volte, a starci
dentro, a camminarci per un po’, a immergersi nel reticolo di marciapiedi
spazzati con cura e di soglie immacolate, si ha l’impressione d’essere sul set
di un qualche film, in attesa del ciak che dia il via all’azione o dello stop
che le ponga fine.
I passanti, compiti nel
proprio ruolo di comparse quotidiane, ignorano con studiata maestria la
cinepresa nascosta, riempiendo i vuoti di risate e di punti esclamativi, di
domande e di asserzioni, e strizzandosi di quando in quando l’occhio, divertiti
dall’evidente confusione affiorata sul volto del turista per caso.
Neonati dall’espressione
seria e arzilli ultraottuagenari si affacciano di quando in quando sulla scena,
magistralmente reclutati dall’invisibile regista, in un tentativo,
perfettamente riuscito, di imitazione della realtà circostante.
Sullo sfondo, un incrocio
dalle linee sobrie, qualche semaforo allampanato e una piazzetta dalle
sembianze ristoratrici, a rimarcare la profonda somiglianza del luogo a
migliaia di altri luoghi sparsi per il continente americano e, al contempo, la
sua completa estraneità.
Che la nebbia, presto o
tardi, finirà di inghiottire in un’elegante, e necessaria, dissolvenza.
E.M., Santa Monica