Qualche
piantina di girasole, dal fusto striminzito e dal fiore già ripiegato su se
stesso, osa sfidare i rigori ancora invernali di Big Bear Lake e dei suoi
dintorni.
Incurante
della neve che ricopre interamente i picchi circostanti, segue la luce delle
giornate che lentamente si allungano, nella speranza di riscaldare le sue foglie,
screpolate dal troppo freddo.
Pini
alti e robusti, immersi in un mare di aghi puntuti e di pigne profumate,
ciliegi in fiore e arbusti dai rami colorati di rosa antico si alternano lungo
le rive del lago, connotando l’atmosfera dei tratti, inconfondibili, del
paesaggio incantato, della foresta stregata.
Un
tronco gigantesco, stremato dagli eventi naturali e dagli agenti atmosferici, e
tuttavia in grado, in qualche modo, di resistervi, si erge solitario ai bordi
di una stradina sterrata, a perenne monito della caducità degli sforzi e della
ciclicità dell’esistenza.
Per
raggiungerlo, occorre abbandonare la cittadina più importante della zona e
attraversare alcuni centri pittoreschi e scarsamente popolati, una manciata di
case e casette sorte ai bordi dell’autostrada, complete di ristoranti italiani
e di caffetterie, di rivendite di liquori e di depositi di legnami.
Un
paio di costruzioni abbandonate, il tanto sufficiente a richiamare alla mente
storie di spettri e di riti oscuri, fanno capolino con noncuranza su entrambi i
lati della carreggiata; mentre qualche chiesa campestre, un ospedale
veterinario e poche comunità esclusive, abbarbicate sul fianco della montagna,
assicurano una parvenza di normalità a quei posti altrimenti difficilmente
distinguibili da un set cinematografico degno di un film dell’orrore.
Altri
paesini, invece, talmente vuoti da sembrare i villaggi fantasma di cui certa
letteratura locale abbonda, attirano maliziosamente il viaggiatore con la
promessa di fantasie proibite e di emozioni forti, equamente divisi tra il
minuscolo bar stile “vecchia frontiera” e il microscopico ufficio postale
gestito da un solo dipendente.
Le
rare abitazioni che li punteggiano, quasi tutte affacciate sulle acque calme
del grande specchio d’acqua, che qua riempie le giornate altrimenti monotone e
le casse altrimenti magre, si compiacciono del proprio aspetto volutamente
datato, in stridente contrasto con le ville mastodontiche seminascoste nel
verde dei boschi.
Visitarli
in una mattinata qualunque significa viaggiare indietro nel tempo, e approdare,
infine, in un altrove composto di facciate strappate all’architettura messicana
del XIX secolo o all’immaginario collettivo di fordiana memoria, carico di
saloon e diligenze, di soli sfrontati e di vicissitudini sempiterne.
Che
da queste parti, tra piste da sci e baite alpestri, vive di nuova vita e di
ritrovato vigore.
E.M., Big Bear Lake