domenica 23 marzo 2014

Notizie da Lilliput 187: Di sentieri selvaggi

Qualche piantina di girasole, dal fusto striminzito e dal fiore già ripiegato su se stesso, osa sfidare i rigori ancora invernali di Big Bear Lake e dei suoi dintorni.

Incurante della neve che ricopre interamente i picchi circostanti, segue la luce delle giornate che lentamente si allungano, nella speranza di riscaldare le sue foglie, screpolate dal troppo freddo.

Pini alti e robusti, immersi in un mare di aghi puntuti e di pigne profumate, ciliegi in fiore e arbusti dai rami colorati di rosa antico si alternano lungo le rive del lago, connotando l’atmosfera dei tratti, inconfondibili, del paesaggio incantato, della foresta stregata.

Un tronco gigantesco, stremato dagli eventi naturali e dagli agenti atmosferici, e tuttavia in grado, in qualche modo, di resistervi, si erge solitario ai bordi di una stradina sterrata, a perenne monito della caducità degli sforzi e della ciclicità dell’esistenza.

Per raggiungerlo, occorre abbandonare la cittadina più importante della zona e attraversare alcuni centri pittoreschi e scarsamente popolati, una manciata di case e casette sorte ai bordi dell’autostrada, complete di ristoranti italiani e di caffetterie, di rivendite di liquori e di depositi di legnami.
Un paio di costruzioni abbandonate, il tanto sufficiente a richiamare alla mente storie di spettri e di riti oscuri, fanno capolino con noncuranza su entrambi i lati della carreggiata; mentre qualche chiesa campestre, un ospedale veterinario e poche comunità esclusive, abbarbicate sul fianco della montagna, assicurano una parvenza di normalità a quei posti altrimenti difficilmente distinguibili da un set cinematografico degno di un film dell’orrore.

Altri paesini, invece, talmente vuoti da sembrare i villaggi fantasma di cui certa letteratura locale abbonda, attirano maliziosamente il viaggiatore con la promessa di fantasie proibite e di emozioni forti, equamente divisi tra il minuscolo bar stile “vecchia frontiera” e il microscopico ufficio postale gestito da un solo dipendente.

Le rare abitazioni che li punteggiano, quasi tutte affacciate sulle acque calme del grande specchio d’acqua, che qua riempie le giornate altrimenti monotone e le casse altrimenti magre, si compiacciono del proprio aspetto volutamente datato, in stridente contrasto con le ville mastodontiche seminascoste nel verde dei boschi.

Visitarli in una mattinata qualunque significa viaggiare indietro nel tempo, e approdare, infine, in un altrove composto di facciate strappate all’architettura messicana del XIX secolo o all’immaginario collettivo di fordiana memoria, carico di saloon e diligenze, di soli sfrontati e di vicissitudini sempiterne.


Che da queste parti, tra piste da sci e baite alpestri, vive di nuova vita e di ritrovato vigore.

E.M., Big Bear Lake