giovedì 24 ottobre 2013

Notizie da Lilliput 133: L'inverno del loro scontento

Quando il vento inizia a cambiare, e il cielo a tingersi dei primi colori autunnali, le maniche lunghe — i cappotti, le camicie, i maglioni — di Santa Monica osano una prima sortita fuori casa, nella speranza di non essere additati come troppo singolari.

Intimiditi dal persistere dei loro acerrimi nemici — canotte, pantaloncini corti, infradito — questi coraggiosi esemplari della ciclicità dell’esistenza, legata all’alternarsi delle stagioni, sfidano la derisione e talvolta il buonsenso, apparendo e scomparendo agli angoli delle strade, nei bar, agli attraversamenti pedonali.

In simili occasioni, le lane vergini e i cashmere, le sete e le vigogne fingono indifferenza verso i propri simili, quasi non riconoscendosi o non nutrendo, nelle viscere, un senso profondo di stima e di riconoscenza gli uni verso gli altri.

A ben guardare, tuttavia, le paure e gli scrupoli celati in quei loro movimenti, più o meno impacciati, più o meno tronfi, sono solo fisime personali, prive di qualsiasi legame con la realtà: nessuna maglietta che riveli pance e nessuna giacchina che scopra schiene pare curarsi di loro, del diverso da sé.

Eppure, questi cardigan e questi completi, questi stivali e queste galosce non sanno darsi pace, al pensiero di sfidare costantemente l’opinione comune e così, nel silenzio e nel segreto dei propri armadi e dei propri cassetti, si concentrano per strappare la natura all’idillio perenne verso la città, intimandole un po’ di pioggia e qualche linea di freddo.

L’impresa, seppur comprensibile dal punto di vista dei frustrati indumenti invernali, si sa, è cosa ardua da vincere, quando il sole comanda imperioso sulla terra di California resistendo ai richiami espliciti degli agenti atmosferici, che, al contrario, gradirebbero una qualche, legittima, alternanza.

Alla lunga, nondimeno e com’è giusto che sia, anche l’astro bizzoso è costretto a cedere, parzialmente: le vetrine, con un inconfessato sospiro di sollievo, si tingono perciò di capi irsuti e di scarpe chiuse, di tonalità cupe e di tessuti pesanti, relegando in fondo al negozio il cotone e il lino, le stampe variopinte e i sandali sfacciati.

È il momento dell’alpaca e dei filati Merinos, che, infine, si godono qualche secondo di meritato trionfo e celebrità. Orgogliosi sfilano sui manichini, arresisi al loro calore eccessivo, vanitosi ammiccano alla strada e ai suoi passanti: sentono il tempo, meteorologico e astronomico, al proprio fianco, clemente e paterno.


Ma nell’aria è presente il germe dell’alta pressione; in un soffio si palesa il genio dell’estate: e basta un nonnulla, un grado in più sul barometro, per precipitare nuovamente colletti e palandrane, piumini e scarponi nella sconsolante quotidianità costiera, fatta di tepore e di cieli azzurri, di palme e di belle stagioni. 

E.M., Santa Monica