Quando il vento
inizia a cambiare, e il cielo a tingersi dei primi colori autunnali, le maniche
lunghe — i cappotti, le camicie, i maglioni — di Santa Monica osano una prima
sortita fuori casa, nella speranza di non essere additati come troppo
singolari.
Intimiditi dal
persistere dei loro acerrimi nemici — canotte, pantaloncini corti, infradito —
questi coraggiosi esemplari della ciclicità dell’esistenza, legata
all’alternarsi delle stagioni, sfidano la derisione e talvolta il buonsenso,
apparendo e scomparendo agli angoli delle strade, nei bar, agli attraversamenti
pedonali.
In simili occasioni,
le lane vergini e i cashmere, le sete e le vigogne fingono indifferenza verso i
propri simili, quasi non riconoscendosi o non nutrendo, nelle viscere, un senso
profondo di stima e di riconoscenza gli uni verso gli altri.
A ben guardare,
tuttavia, le paure e gli scrupoli celati in quei loro movimenti, più o meno
impacciati, più o meno tronfi, sono solo fisime personali, prive di qualsiasi
legame con la realtà: nessuna maglietta che riveli pance e nessuna giacchina
che scopra schiene pare curarsi di loro, del diverso da sé.
Eppure, questi
cardigan e questi completi, questi stivali e queste galosce non sanno darsi
pace, al pensiero di sfidare costantemente l’opinione comune e così, nel
silenzio e nel segreto dei propri armadi e dei propri cassetti, si concentrano
per strappare la natura all’idillio perenne verso la città, intimandole un po’
di pioggia e qualche linea di freddo.
L’impresa, seppur
comprensibile dal punto di vista dei frustrati indumenti invernali, si sa, è
cosa ardua da vincere, quando il sole comanda imperioso sulla terra di
California resistendo ai richiami espliciti degli agenti atmosferici, che, al
contrario, gradirebbero una qualche, legittima, alternanza.
Alla lunga, nondimeno
e com’è giusto che sia, anche l’astro bizzoso è costretto a cedere,
parzialmente: le vetrine, con un inconfessato sospiro di sollievo, si tingono perciò
di capi irsuti e di scarpe chiuse, di tonalità cupe e di tessuti pesanti,
relegando in fondo al negozio il cotone e il lino, le stampe variopinte e i
sandali sfacciati.
È il momento
dell’alpaca e dei filati Merinos, che, infine, si godono qualche secondo di
meritato trionfo e celebrità. Orgogliosi sfilano sui manichini, arresisi al
loro calore eccessivo, vanitosi ammiccano alla strada e ai suoi passanti: sentono
il tempo, meteorologico e astronomico, al proprio fianco, clemente e paterno.
Ma nell’aria è
presente il germe dell’alta pressione; in un soffio si palesa il genio dell’estate: e basta
un nonnulla, un grado in più sul barometro, per precipitare nuovamente colletti
e palandrane, piumini e scarponi nella sconsolante quotidianità costiera, fatta
di tepore e di cieli azzurri, di palme e di belle stagioni.
E.M., Santa Monica
