venerdì 7 febbraio 2014

Notizie da Lilliput 165: Sinfonie dal Nuovo Mondo

La contemplazione di una città come Santa Monica rivela spesso delle piacevoli sorprese.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da una località vitale e giovane, per esempio, non è particolarmente chiassosa.

Le intramontabili sirene, della polizia, delle ambulanze, dei vigili del fuoco, che permeano di sé ogni angolo di New York, qua sembrano far perdere le proprie tracce, mimetizzandosi quietamente nel panorama di automobili e di furgoni disseminati per strada.

Nel cielo terso delle mattine invernali, di rado un elicottero o un aereo scompiglia l’elegante reticolo di nuvole bianche e filiformi, producendo un rumore discreto e presto dimenticato, inghiottito dal ridere e parlottare ovattato metri e metri più in basso.

A volte si ha l’impressione che gli unici a far sentire la propria presenza siano corvi e cornacchie, passeri e piccioni: nascosti tra i rami o impettiti lungo i fili elettrici, si dondolano avanti e indietro, custodendo nell’ugola un verso, una voce.

Oltre la passeggiata del Palisades Park, oltre la rombante Pacific Coast Highway, ordinatamente affollata nelle ore di punta, intanto, le acque scure dell’oceano di volta in volta mugghiano, sussurrano, lambiscono.

La spiaggia verso la quale tendono risuona delle tante lingue che qui si parlano. Lingue antiche e gorgheggianti come un versetto biblico, o giovani e spigliate come un appassionato di skate, che si rincorrono sull’arenile, incontrandosi e scontrandosi con i gabbiani chiassosi e i chiurli meditabondi.

Certi giorni, Santa Monica echeggia soprattutto delle parole che si levano dai tanti e tanti café disseminati ovunque, nel perimetro cittadino.

Lì, da un tavolo all’altro, da una sedia all’altra, studenti e professionisti, madri e figli, agitano furiosamente le dita sui computer, tracciano segni veloci sulla carta, ammiccano e ordinano, ringraziano e ricevono, in un turbinio infinito di vocali piene e di consonanti rotonde.

In certi momenti, invece, pur drizzando le orecchie con attenzione, l’unico suono percepibile sembra essere quello del vento, della brezza che si muove, leggera, sibilando tra il verde degli alberi e rimbombando sul marrone delle cortecce, all’inseguimento di un ritmo misterioso, di una melodia segreta sconosciuta ai più.


Mentre la sera, quando il buio inizia a colorare di sé i palazzi e gli atri, le finestre e gli usci, gli uomini e gli animali, altrimenti vitali alla piena luce del sole, trovano finalmente la pace e se ne lasciano, placidamente, avvolgere.

E.M., Santa Monica