La contemplazione di una
città come Santa Monica rivela spesso delle piacevoli sorprese.
Contrariamente a quanto ci si
potrebbe aspettare da una località vitale e giovane, per esempio, non è particolarmente
chiassosa.
Le intramontabili sirene,
della polizia, delle ambulanze, dei vigili del fuoco, che permeano di sé ogni
angolo di New York, qua sembrano far perdere le proprie tracce, mimetizzandosi
quietamente nel panorama di automobili e di furgoni disseminati per strada.
Nel cielo terso delle mattine
invernali, di rado un elicottero o un aereo scompiglia l’elegante reticolo di
nuvole bianche e filiformi, producendo un rumore discreto e presto dimenticato,
inghiottito dal ridere e parlottare ovattato metri e metri più in basso.
A volte si ha l’impressione
che gli unici a far sentire la propria presenza siano corvi e cornacchie,
passeri e piccioni: nascosti tra i rami o impettiti lungo i fili elettrici, si
dondolano avanti e indietro, custodendo nell’ugola un verso, una voce.
Oltre la passeggiata del
Palisades Park, oltre la rombante Pacific Coast Highway, ordinatamente
affollata nelle ore di punta, intanto, le acque scure dell’oceano di volta in
volta mugghiano, sussurrano, lambiscono.
La spiaggia verso la quale
tendono risuona delle tante lingue che qui si parlano. Lingue antiche e
gorgheggianti come un versetto biblico, o giovani e spigliate come un
appassionato di skate, che si rincorrono sull’arenile, incontrandosi e
scontrandosi con i gabbiani chiassosi e i chiurli meditabondi.
Certi giorni, Santa Monica
echeggia soprattutto delle parole che si levano dai tanti e tanti café disseminati ovunque, nel perimetro
cittadino.
Lì, da un tavolo all’altro,
da una sedia all’altra, studenti e professionisti, madri e figli, agitano
furiosamente le dita sui computer, tracciano segni veloci sulla carta,
ammiccano e ordinano, ringraziano e ricevono, in un turbinio infinito di vocali
piene e di consonanti rotonde.
In certi momenti, invece, pur
drizzando le orecchie con attenzione, l’unico suono percepibile sembra essere
quello del vento, della brezza che si muove, leggera, sibilando tra il verde
degli alberi e rimbombando sul marrone delle cortecce, all’inseguimento di un
ritmo misterioso, di una melodia segreta sconosciuta ai più.
Mentre la sera, quando il
buio inizia a colorare di sé i palazzi e gli atri, le finestre e gli usci, gli
uomini e gli animali, altrimenti vitali alla piena luce del sole, trovano
finalmente la pace e se ne lasciano, placidamente, avvolgere.
E.M., Santa Monica